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L’ÉQUIPE DEL CONSULTORIO

(una esperienza)

 Autore: Giancarlo Odini

 

 

Ma è proprio così importante ritrovarsi in équipe in un Consultorio familiare?

L’équipe non ha forse fatto il suo tempo?

Una risposta immediata mi viene dall’esperienza.

Quando tanto tempo fa – ero allora giovanissimo - sono stato chiamato a far parte del gruppo del Consultorio, che per me curiosamente è stato chiamato con un nome impegnativo: “equipe”, mi è sembrato di entrare in un tempio.

Almeno 30 persone sedute in cerchio ed una, che poi ho scoperto essere il Direttore, ha dato inizio ai lavori.

Dopo i primi convenevoli e dopo aver affermato per i nuovi arrivati che ciò che si diceva e sentiva in quella stanza non poteva uscire (era segreto), una consulente familiare ha iniziato a parlare del suo incontro con una coppia molto litigiosa, ha espresso le sue perplessità, i suoi dubbi e la sua difficoltà ad aiutare i questionanti.

 

 

Sono cominciati così una serie di interventi, sia dei medici, degli avvocati, dei consulenti familiari, del moralista, degli psicologi e delle assistenti sociali che mi hanno impressionato per la serie di idee, valutazioni, consigli ed emozioni a cui io da solo n on avrei mai pensato.

Era appunto quello un tempio di idee, una modalità per me sconosciuta per dire: “ Siamo presenti anche tutti noi, non avere paura, cara consulente, ti aiutiamo. Non sentirti smarrita!”

Ecco questa è stata la mia prima esperienza di équipe.

Rassicurante !

Ho capito allora che l’équipe è sì un gruppo di lavoro di persone con professioni diverse, che aveva anche il potere di creare un sentire comune, un senso di appartenenza profondo; tanto che ero smanioso e desideroso di immaginare l’incontro successivo.

Una cosa mi ha colpito: alla fine dei lavori di equipe c’era sempre un vassoio di ottime paste ed un buon vino bianco.

Ininfluente! Direte voi .

Io invece ho avvertito l’unione, ho sperimentato di essere parte di un gruppo che a volte litigava o esprimeva pareri contrari, ma che alla fine il Direttore sapeva utilizzare il tutto per proporre una linea di pensiero che tutti condividevano.

A beneficio di chi aveva chiesto aiuto!

E col tempo, col cambio dei professionisti e con l’avvento di nuove leggi, questa bella esperienza si è un po’ sbiadita.

Resta tuttavia la convinzione della utilità e della sua necessità.

Catapultiamoci ora al presente.

Pensiamo alle nostre equipe, agli incontri a cui partecipiamo e facciamo un piccolo sforzo di riflessione.

Chiudiamo per un attimo gli occhi e proviamo ad immaginare le nostre ultime équipe del Consultorio e sforziamoci di fare tre scatti fotografici: i tre momenti che ci hanno più interessato di quell’incontro.

Sono scatti interessanti ?

O ci hanno annoiato ?

Quali sono state le nostre reazioni emotive ?

Si è visto il gruppo che interagiva ?

E’ un esercizio semplice e forse giudicato inutile, ma, se osserviamo bene, questi tre momenti possono darci il senso ed il valore di quell’incontro.

Ce lo portiamo nel cuore e ci aiuta nel nostro lavoro?

Ecco questa ritengo possa essere considerata una situazione formativa capace di offrire un po’ di luce e di valore all’ attività di consulenza o terapia.

E’ anche in questo modo che:

  • socializzando i nostri pareri,

  • ascoltando le reazioni dei nostri colleghi,

  • riflettendo sui nostri vissuti in conseguenza di ciò che abbiamo sentito,

possiamo risistemare mentalmente ed emozionalmente le nostre conoscenze, possiamo prendere consapevolezza del gruppo a cui apparteniamo, apprezzando le capacità che l’équipe può avere nel saperci mostrare “il filo rosso” che unisce i nostri interventi.

Appunto, è “il filo rosso” che permette di sentirci uniti, sollecitando la produzione di quella corrente elettrica che accende le nostre intuizioni e ci fa esclamare: “

Ahh !!! è vero ! Ora capisco! “

In fin dei conti il gruppo, se così funziona, può essere un nostro prolungamento, un momento atteso, un guizzo di vita su un lavoro che a volte induce abitudine creando schemi inutili e dannosi, etichette umilianti ed incomprensibili per le persone che ci hanno aperto il cuore, confidandoci le loro pene.

L’incontro di equipe ci offre quell’energia nascosta che ci fa star bene, rassicura le nostre incompletezze.

E’ meglio infatti sentirci parte di un gruppo che vincere da soli.

Il lavoro in solitudine d’altra parte favorisce il narcisismo, accentua la sensazione d’essere solo noi i capaci di comprendere le difficoltà degli altri.

E questo è un limite pericoloso.

Mi piace pensare all’équipe come ad un orologio dove tutti gli ingranaggi, la cassa, le lancette, il visore, il quadrante hanno uno scopo, un obbiettivo: quello di segnare il tempo.

Una cassa, gli ingranaggi, le lancette, il quadrante ecc. da soli, staccati tra di loro non hanno un gran senso ed utilità perché non danno indicazioni, così i membri dell’équipe sono tutti ugualmente importanti ed indispensabili per raggiungere uno scopo: aiutarsi a vicenda per capire meglio una situazione difficile, offrire una visione unitaria dell’istituzione a cui si appartiene, creare cioè una identità.

Ogni tanto il gruppo, come nel mondo dei motori, ha bisogno di una revisione per potere funzionare meglio.

Per questo motivo una persona esterna al Consultorio, specializzata e competente, può essere chiamata a super-vedere la vita di gruppo, ad apprezzare la sua forza di osservazione dei casi e comprendere la sua prontezza nell’interagire.

E’ come se ogni tanto ci si prendesse la briga d’essere visti dall’alto per comprendere a fondo la nostra energia, per individuare gli eventuali punti critici, per ri-orientare l’attività nel suo insieme.

Per questo scopo sarebbe utile anche ritrovarsi lontano dal proprio ambiente, in montagna, al lago, al mare o dove si desidera per staccare dall’abitudine, per osservarsi con più forza, per uscire dai soliti schemi.

E caso mai unirsi con un’altra équipe per fare il punto della situazione in un clima di libertà.

Il super-visore allora sarebbe ancora più utile ed efficace.

Il lavoro in équipe ha anche un valore simbolico.

Esso rappresenta la nostra abilità nel sistemarci in una corrente di idee, in un mondo unito che sappia indicare la via agli “smarriti”, tenendo conto che anche noi nella solitudine ci possiamo sentire incapaci di ritrovare una via, un obbiettivo, una emozione che ci faccia sentire vivi e produttivi.

Infatti se abbiamo luce possiamo illuminare, se possediamo sicurezza possiamo prendere per mano qualcuno che vive in quel momento una forte fragilità, se siamo sicuri delle nostre emozioni riusciamo a farle scoprire anche in chi teme di non riuscire a contenerle.

L’équipe è insomma il luogo dove tutto questo può realizzarsi, è il cuore attraverso il quale una energia sempre rinnovata dona vita.

Per tutto questo l’équipe di un Consultorio può essere ancora utile ed importante.

 

Giancarlo Odini

 

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