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Figli al centro tra Diritto e diritti

 

 

A colloquio con l’avvocato Luigi Filippo Colombo esperto di diritto di famiglia e presidente dell’Istituto La Casa

 

 Autrice: Elena D’Eredità

La figura del legale opera all’interno del Consultorio familiare dell’Istituto La Casa, in équipe con le altre figure professionali, in un’ottica di collaborazione e di presa in carico condivisa delle situazioni familiari complesse.

 

Le domande che giungono all’avvocato riguardano, per la maggior parte dei casi, situazioni che nascono dall’accendersi di un conflitto non più gestibile all’interno della coppia, sia in ordine ad un’ipotizzata o già decisa o già effettiva separazione personale, legale o di fatto, sia ad una revisione della stessa o trasformazione in divorzio, con tutti gli effetti e le problematiche conseguenti, laddove permanga l’imperio di quella conflittualità. Molto spesso, in tali contesti, c’è la presenza dei figli, minori e non solo, che dentro la famiglia vivono e che quindi sono spesso al centro di tensioni, rivendicazioni, battaglie dei genitori.

 

 

Come opera un legale all’interno del Consultorio familiare?

Il lavoro di équipe, dentro il nostro Consultorio familiare, è molto prezioso e aiuta la comprensione delle situazioni familiari. Ad esempio, conoscere le conseguenze psicologiche che un atto legale può comportare aiuta l’avvocato a calibrare le parole, i tempi e i modi della propria azione. Così pure per lo psicologo, essere informato sugli aspetti legali, su alcune procedure e sui relativi effetti consente una migliore presa in carico della domanda. È un lavoro delicato che ha l’obiettivo di migliorare la consapevolezza di tutti gli attori coinvolti, di valorizzare l’apporto di ognuno e di evitare che le persone si sentano a loro volta perdute nel bel mezzo di fuochi incrociati.

 

Quando la conflittualità tra i coniugi è grave, come è possibile intervenire?

Dal mio punto di vista, evitando il più possibile gli schematismi, l’atteggiamento intellettualistico del déjà vu, cercando di comprendere le situazioni nella loro complessità, aiutando le persone a guardare le proprie posizioni in un’ottica diversa e a farsi carico delle proprie fragilità, aprendosi alla possibilità di aiuto. Spesso le persone arrivano con una domanda specifica che però appalesa solo la superficie del problema che vivono, mentre sotto ci sono un disagio e una sofferenza molto più profondi. Non esistono ricette o soluzioni veloci e indolori. In questo senso il cosiddetto divorzio breve e tutta una serie di procedure “fai da te” non aiuta, anzi avalla l’idea che si possa in poco tempo e con poco dispendio mettere tutto in ordine. Ma, ahimè, una separazione, un divorzio, una relazione conflittuale con i figli portano conseguenze di sofferenza che occorre elaborare e comprendere. Le illusioni non aiutano e una soluzione solo formale non cura le ferite. Ripartire da se stessi, da quel briciolo soffocato di desiderio di verità e di felicità che ciascuno porta dentro, fare un passo indietro per rivedere i propri comportamenti, permette di allentare le tensioni induce anche l’altro a porsi in una posizione più dialettica e costruttiva, anziché solo difensiva.

 

Dal concetto di patria potestà si è passati oggi a quello di responsabilità genitoriale. Cosa significa?

L’evoluzione del Diritto di Famiglia negli ultimi quarant’anni ci ha condotti dapprima (1975) dalla “patria potestà” alla “potestà dei genitori” e poi, dal 2014,  alla “responsabilità genitoriale”,  dove il concetto di “potestà”, più sbrigativo in relazione ai “doveri del figlio”, ha ceduto il posto a quello più impegnativo di “responsabilità”,  che ha come contraltare non più solo i “doveri”, ma i “diritti e doveri del figlio”. In quest’ultimo quinquennio, dunque, si sta facendo largo, nei risvolti pratici di separazione o divorzio in presenza di figli, il concetto di responsabilità genitoriale. Il richiamo che viene fatto è in sostanza sulla condivisione del ruolo e dei doveri che i genitori devono esprimere per la crescita e l’educazione dei figli. Si evidenzia un concetto di parità tra i coniugi o ex coniugi non più soltanto nell’esercizio di un potere educativo, ma di una responsabilità educativa verso la prole. Questa “parità” non equivale a dividere esattamente a metà ogni tipo di modalità spazio-temporale di dedizione verso i figli, ma impone di mettere da parte le proprie rivendicazioni personali per il bene dei figli e trovare una forma di collaborazione che garantisca una presenza significativa di entrambi i genitori. È questo il bene (da non confondersi con il benessere) dei figli, specialmente di quelli che hanno la disavventura di non poter frequentare mamma e papà insieme, ma ora l’uno ora l’altra. Diversamente, senza comprensione ed elasticità, non sussisterebbe alcuna responsabilità genitoriale.

 

La responsabilità genitoriale implica dunque un grado di collaborazione non sempre facile

Quello che si auspica è che i coniugi o gli ex coniugi possano ritrovare quel minimo di relazione che permetta la comunicazione. Recuperare questo stadio di relazione tra i due facilita la gestione della conflittualità, la smussa e consente di trovare una forma di collaborazione per il bene dei figli e per un loro sviluppo il più possibile sereno. Continuare a essere genitori insieme significa confrontarsi e affrontare in accordo, a seconda delle proprie disponibilità, capacità e possibilità, gli aspetti importanti della vita dei figli, dalla scelta dell’abitazione a quella della scuola, degli indirizzi di studio, del tempo libero, di quello ricreativo, ecc.; significa insomma condividere l’impegno di seguirli ed educarli al bene, che diventa bene comune, tanto carente in questi tempi.

 

A volte ai figli si delegano responsabilità che non sono adeguate alla loro età

Mi è capitato e mi capita di vedere situazioni nelle quali sono i figli a “consigliare” i genitori, addirittura ad imporre comportamenti di questo o quell’altro tipo, anche a riguardo della loro separazione. Può succedere ad esempio con i figli più grandi, appena maggiorenni o adolescenti (ma l’età si va abbassando), che trovano buon gioco nella mancanza di autorevolezza genitoriale, sgretolata dalla banalità del conflitto, nella mancanza della figura dell’adulto, padre o madre. Alcune volte i genitori sono troppo “amici” del figlio e danno per scontato che il figlio non abbia bisogno di guida e di esempio, come se fosse autodidatta e già maturo, ponendosi nei suoi confronti come se fosse titolare di soli diritti e non anche di doveri.

Si tratta in questo caso di una questione certamente educativa ma che non è ignorata dalla legge, quando prevede l’obbligo del rispetto verso i genitori (e anche quello della contribuzione economica, in caso di necessità della famiglia, in presenza di reddito di lavoro del figlio convivente). Ritengo, anche dal punto di vista tecnico-legale, che il criterio d’approccio più efficace sia la comprensione complessiva della situazione, al fine di evitare interventi ‘miopi’ o parziali, che finiscono per perdere la visione d’insieme, la quale non può essere che quella della famiglia.

 

 

 

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