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Famiglia e risorse

 

 

 

Autore: Giuseppe Cesa

La famiglia non corrisponde a quell’istituzione nostalgica, stabile e rassicurante oppure criticata, che forse deriva dalle nostre immagini infantili e che spesso i mass-media enfatizzano, ma non è neanche quell’istituzione moribonda che durante la rivoluzione culturale del sessantotto veniva data per spacciata La tendenza dell’essere umano ad aggregarsi in una famiglia è universale, cioè presente in ogni cultura attuale ed in ogni tempo, seppur coniugata in forme disparate.

La “famiglia”, quindi, va considerata frutto di una tendenza aggregativa naturale che avviene, per fortuna, al di là di qualunque decisione o sforzo umano a favorirla o sfavorirla... Come tale attiva continui processi di adattamento e si evolve in base a mutate condizioni.

Nel momento in cui ci apprestiamo a parlare di quali siano le risorse evolutive che consentono alla famiglia di affrontare i vari momenti evolutivi che incontra, dobbiamo renderci conto della profonda saggezza contenuta in un vecchio proverbio: “tra moglie e marito non metterci il dito”. Questo adagio popolare, in pratica, esprime il fatto che la famiglia è un’istituzione viva che, come autonomamente si forma, autonomamente si attiva per trovare nuove soluzioni adattive alle mutate circostanze.

Quanto sopra è dimostrato dalla banale constatazione che la maggioranza delle famiglie ha saputo durante la sua storia, e sa ancora oggi affrontare egregiamente infinite vicissitudini senza bisogno che nessuno vada a metterci il naso.

Detto questo va anche riconosciuto che alcune caratteristiche possono favorire la capacità di evoluzione e, pure, che una mano data in modo adeguato, a volte, può fare la differenza. A questo proposito, può risultare chiarificatrice una metafora botanica: “è insita nel DNA della pianta la spinta vitale a crescere adattandosi al terreno ed al clima, non è l’intervento umano, quindi, che fa crescere le piante, ma l’uomo può col suo comportamento favorirne lo sviluppo, orientarlo od ostacolarlo”. Fatta questa premessa, possono venir delineate due risorse importanti per favorire la capacità evolutiva della famiglia, risorse che risultano strettamente connesse tra loro ma che per comodità possono venir trattate distintamente: la capacità di ascoltare e la maturità.



a) La capacità di ascolto

Quando un evento, di qualsiasi genere, perturba una situazione di equilibrio in un sistema, succede che alcune parti del sistema stesso si trovino ad operare in condizioni non ottimali generando un cattivo funzionamento. In tali casi i sistemi complessi rilevano il disfunzionamento e prima che si creino danni apportano gli aggiustamenti necessari.

Un esempio semplice di questo fenomeno è l’impianto di riscaldamento. Se, con l’arrivo della bella stagione, la temperatura esterna sale di venti gradi si riduce la dispersione di calore dalla casa verso l’esterno e la temperatura interna tende a salire di venti gradi. Se la temperatura interna alla casa sale a quaranta gradi alcuni elettrodomestici possono danneggiarsi e pure le persone ne soffrono per cui il termostato rileva l’aumento e corregge la caldaia riportando la temperatura a livelli ottimali. Un buon termostato, ovviamente, non aspetta un aumento di venti gradi prima di intervenire. Nelle situazioni umane, invece, qualche volta succede che un individuo debba stare parecchio male e “urlare dei venti gradi in più” prima di venir ascoltato e anche allora può succedere che venga preso per matto perché urla.

Al di là dell’esagerazione, che serve per rendere l’idea, anche nei sistemi umani come la famiglia può succedere che una persona si trovi a sopportare condizioni disequilibrate di funzionamento, che non riesca a rendersi conto di quanto avviene e che esprima grezzamente un malessere incomprensibile o disturbante. A questo punto, se viene ascoltato solo il fastidio dell’urlo senza chiedersi cosa vuol dire, tendiamo a squalificare ed eliminare il problema con gravi conseguenze per il sistema; se invece, cosa più faticosa, abbiamo la capacità di porci in ascolto e alla ricerca delle reali problematiche, allora può darsi che, poi, riusciamo anche a trovare una soluzione riequilibrante ed evolutiva.



b) La maturità

La capacità di ascolto sopra presentata richiede da parte delle persone coinvolte la capacità di andare oltre al fastidio di un comportamento problematico ed oltre le apparenze per capire ciò che realmente sta accadendo e che provoca disagio. Questo modo di vedere implica che le persone coinvolte nel sistema debbano trovarsi a dover modificare la propria posizione e le proprie funzioni per qualche cosa di nuovo e questo può fare paura.

Per riuscire a realizzare quanto sopra è necessaria una certa dose di maturità, dove per maturità intendo una caratteristica ben precisa che alcuni studi psicoanalitici hanno ben definito.



Secondo questi studi psicoanalitici, l’essere umano, nel suo sviluppo, passa da una condizione in cui l’altro generico è un “oggetto parziale” ad una in cui l’altro è un “oggetto intero” o “persona”. Qualche cosa di simile, nel linguaggio comune, si intende quando si parla, ad esempio, di “donna oggetto” o di “soggetto”.

All'inizio, nella sua onnipotenza infantile, l’individuo crede che tutto giri intorno a lui: la mamma serve per sfamarlo ed accudirlo, il giocattolo serve per divertirlo e così via. La mamma, i giocattoli o altro vengono definiti oggetti parziali perché nella mente infantile esistono solo in quanto oggetti atti a determinate funzioni che se vengono svolte provocano benessere, se no malessere e rabbia. Non esiste la persona mamma ma un qualcosa che nutre. In questa fase non c’è considerazione per i sentimenti, i vissuti o i problemi dell’oggetto ma solo il suo effetto sul mio benessere o malessere. Considero, cioè, solo un aspetto o una parte dell’oggetto, da cui la definizione “oggetto parziale”.

Crescendo, normalmente, dovremmo emanciparci da questa situazione e vedere nell’altro una persona che - pur avendo degli effetti positivi o negativi su di noi - ha anche vita propria, autonoma, con tutto quello che ne consegue. La persona, quindi, è considerata interamente, un oggetto intero.È proprio l’avere acquisito la maturità necessaria a riconoscere nell’altro un “oggetto intero”, una persona distinta, autonoma, sensibile, con affetti, intelligenza e bisogni che mi permette, di fronte ad un comportamento fastidioso o irritante, di andare oltre e chiedermi come mai quella persona si comporta così, emancipandomi sia dal buonismo di chi tenderebbe ad assecondarla per il quieto vivere, sia dal moralismo di chi vorrebbe condannare il comportamento disturbante, per cercare, invece, soluzioni nuove.

Giuseppe Cesa

Psicologo psicoterapeuta del Consultorio

 



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