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Braccia di mamma e papà: solo lì mi sento sicuro.

Il fisiologico bisogno di contatto di un neonato.

 

 Autrice: Alessandra Venegoni

Una delle domande più ricorrente che si pongono le mamme e i papà è: “ma perché il mio bambino non sta da nessuna parte, se non in braccio? Appena lo metto giù, piange!”

E da questa domanda hanno origine infiniti commenti e consigli (non richiesti) da parte da chi frequenta la nuova famiglia: “Ha il vizio, è furbo, decide già tutto lui, mettilo giù, a lungo andare si abitua, ha fame, ha le coliche, ha freddo, ha caldo” e chi più ne ha più ne metta.

Ne consegue che i genitori siano disorientati, come se tutti sapessero interpretare meglio di loro i bisogni del loro neonato; alla fisiologica stanchezza dei primi mesi da genitori, ai dubbi del “starò facendo bene così”, si sommano doveri sociali, familiari ed i recenti modelli virtuali che pretendono che i neo genitori (mamme comprese) tornino a lavorare nel più breve tempo possibile, tengano la casa perfettamente in ordine, abbiano una brillante vita sociale, siano sempre precisamente in ordine e presentabili, che i bambini mangino ad orari regolari, aumentino costantemente di peso e dormano tranquillamente nei loro lettini (magari in un’altra stanza) … la perfetta utopia!

 

 

La realtà è ben diversa, i piccoli spesso dormono solo adagiati sul genitore, stanno infinitamente attaccati al seno, spesso piangono molto senza poter trovare una causa spiegabile con raziocinio, hanno bisogno del calore, dell’odore, del battito del cuore, della voce e delle braccia della madre. Del resto, siamo mammiferi ed in quanto tali nasciamo con competenze solo sufficienti per essere trasportati dal genitore o dagli altri adulti del branco (riflesso di prensione per aggrapparsi al pelo/manto, divaricazione delle gambe per aderire al corpo dell’adulto durante il movimento) e necessitiamo di essere sfamati da altri.

 

 

Un cucciolo di mammifero non è in grado di muoversi autonomamente né tantomeno di alimentarsi; se in natura la madre lasciasse il suo cucciolo a terra per procacciarsi cibo, al ritorno non troverebbe più il suo cucciolo: ne consegue che questo istinto di attaccamento e unione sia funzionale alla sopravvivenza.

Assecondando la loro richiesta di essere tenuti a contatto comunichiamo che di loro ci stiamo prendendo cura, che ad un loro bisogno viene data una risposta, probabilmente risposte diverse a seconda dell’adulto che si prenderà cura del piccolo in quel momento: ne deriva che saranno adulti sicuri, maggiormente indipendenti, disposti a loro volta a proteggere ed ascoltare i bisogni ed in grado di trovare risposte diverse ai problemi.

Per conciliare la frenesia dei nostri ritmi di vita e la fisiologica necessità di contatto dei più piccoli si può provare l’esperienza del babywearing, di cui qualche mese fa abbiamo scritto.

Durante la gravidanza (endogestazione) il feto si sviluppa, cresce a livello fisico, ma quando nasce è totalmente inerme a livello cognitivo, sociale e motorio, pertanto i nove mesi successivi alla nascita (esogestazione) sono consequenziali allo sviluppo iniziato in utero e funzionali anche all’adattamento della nuova diade mamma – neonato.



 

Alessandra Venegoni

Ostetrica del Consultorio

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