logotype

I.V.G. e prevenzione dell'I.V.G.

I.V.G. e prevenzione dell'I.V.G.

La decisione di interrompere la gravidanza è spesso un momento difficile della vita di una donna, costituisce un momento drammatico con importanti implicazioni psicologiche, etiche e religiose.

L'evento costringe a prendere in seria considerazione la propria capacità di generare con il passaggio immediato al mondo adulto e fertile.

            Costringe a valutare la propria capacità di scelta rispetto ad eventi "inevitabili" solo per chi accetta il destino, ma non per donne che scelgono per sé, razionalmente e con equilibrio, il controllo medico della propria fecondità, elemento inevitabile per tutte le donne che hanno un'attività sessuale.

            Aspetti psicosociali dell'interruzione di gravidanza: il processo decisionale e le conseguenze. Dagli studi sino ad oggi effettuati si è osservato che il ricorso all'IVG nella maggioranza dei casi (70%) non è una scelta, ma la conseguenza della incapacità concreta di regolare la fecondità con altri metodi.

            Esistono comunque delle categorie in cui il ricorso all'aborto risulta più elevato: fra queste ci sono le donne con figli, quelle con titolo di studio più basso e le casalinghe.

            In generale il numero di IVG aumenta con l'aumentare dei figli e dell'età. Più le nubili rispetto alle coniugate. L'elevato livello d'istruzione e la disponibilità di un lavoro agiscono come "fattore protettivo". Molto spesso queste donne scelgono la via dell'aborto volontario perché non ricevono il sostegno del compagno che può lasciarle alla notizia della gravidanza o disinteressarsi al destino della stessa, si sentono abbandonate, temono di non avere la capacità, anche a livello economico, di mantenere un bambino da sole, né vogliono che loro figlio cresca senza un padre.

            Non bisogna dimenticare però che non ci sono solo le difficoltà economiche e situazioni familiari incerte dietro la scelta di rinunciare al bambino, anche se queste sono le motivazioni prevalenti.

            Ci sono donne che semplicemente ritengono di non essere ancora pronte per la famiglia, che vogliono far carriera e divertirsi. Questo timore di dover modificare la propria vita e di non essere più in grado di gestirla può anche arrivare a manifestarsi con un vero e proprio incontrollabile terrore la cui soluzione sfocia inevitabilmente in un aborto volontario.

            Negli ultimi anni si è evidenziato un aumento del numero di interruzioni volontarie di gravidanza richiesto da donne straniere immigrate in Italia. Infatti delle 138.708 IVG effettuate nel 1999, 18.806 (pari al 14%) hanno riguardato cittadine straniere, rispetto alle 9.850 registrate nel 1996.

L'aumento numerico delle IVG effettuate da donne straniere è sicuramente dovuto all'aumento della presenza straniera in Italia: i permessi di soggiorno, ad esempio, secondo i dati Istat, sono passati da 678.000 nel 1995 a 1.100.000 nel 1999. Utilizzando una stima delle donne immigrate di età 18-49 anni, l'Istat ha calcolato che il tasso di abortività era pari a 32,5 nel 1998, circa tre volte superiore a quello osservato tra le cittadine italiane.

L'apporto delle donne straniere al numero di IVG in Italia potrebbe essere la causa principale dell'attuale fase di stabilizzazione dell'incidenza del fenomeno. Infatti se si considerano solo le cittadine italiane l'aborto risulta essere ancora in diminuzione: 127.700 IVG richieste da donne italiane nel 1996 e 120.407 nel 1999, anni più attendibili perché i casi in cui manca l'informazione della cittadinanza sono pochi.

Le analisi condotte evidenziano tra le donne straniere ricorrenti all'aborto ragazze in genere molto giovani, che spesso non parlano la nostra lingua e affrontano l'interruzione di gravidanza come un fatto normale. Nei paesi di provenienza l'aborto viene utilizzato come contraccettivo. In Romania, ad esempio, la pillola o ogni altro sistema anticoncezionale è costoso, le donne non possono permettersi la spesa e preferiscono rischiare. Il problema è che con certe immigrate non si riesce neppure ad avviare un percorso di educazione sessuale. Non parlano la lingua e i consultori o i centri ospedalieri sono sprovvisti di mediatori culturali.

            Inoltre l'avere un figlio, nella migrazione, rappresenta spesso un ostacolo al progetto migratorio, ed una gravidanza viene quindi di frequente considerata una condizione non opportuna. Per questo motivo, quando la donna immigrata giunge involontariamente a questo stato, ricorre nella maggior parte dei casi, andando a volte anche contro la propria cultura e la propria religione, all'interruzione volontaria di gravidanza. Spesso devono affrontare da sole questa situazione, in quanto la cultura di appartenenza non ammette determinate scelte, e quindi il portare a conoscenza parenti ed amici riguardo il proprio stato, potrebbe influenzare in senso opposto la decisione presa e porterebbe le donne ad essere "condannate" per il gesto compiuto.

            Le donne immigrate che scelgono una interruzione volontaria di gravidanza, quindi, sono prevalentemente nubili e non godono di uno stato socio-economico solido; la maggior parte di loro lavora come domestica ed il rischio o l'ipotesi che la gravidanza possa comportare la perdita del posto di lavoro può spiegare l'elevata prevalenza di aborti volontari, specialmente se la presenza della donne in Italia risulta essere clandestina. Il fattore economico spesso è determinante.

            Non di rado la decisione di effettuare l'IVG è presa singolarmente dalla donna che neanche dichiara il suo stato di gravidanza indesiderato a parenti ed amici che, influenzati dalla religione di appartenenza e dalla cultura di origine potrebbero non condividere la sua decisione. Si trova quindi sola a dover affrontare una situazione molto difficile, una situazione di grande conflitto interiore da dover superare esclusivamente da sole.

            La donna immigrata che ricorre all'IVG, nel caso in cui la sua cultura o religione non ammetta questa pratica, vive un sentimento di colpa per il mancato rispetto delle ideologie del paese di origine. L'IVG però apre uno spiraglio alla possibilità di utilizzare la contraccezione come metodo di controllo delle nascite, che prima non veniva presa in considerazione, ma che ora rappresenta una soluzione essenziale per non rivivere la sofferenza di un'altra IVG.

Le reazioni psicologiche della madre all'interruzione volontaria della gravidanza. Le conseguenze del ricorso a una IVG sono possono essere psicologicamente pesanti. Dopo aver affrontato l'intervento di interruzione della gravidanza, molte donne riportano sentimenti di dolore, di perdita, di sconforto, di tristezza, di rimorso e di smarrimento.

Ciò che emerge nella maggior parte dei racconti è l'autocolpevolizzazione, il forte senso di colpa nei confronti della scelta fatta, a cui si accompagna una perdita di stima in sé stesse e la convinzione che il dolore che si sta provando sia la giusta punizione per ciò che si è commesso. Dice Arianna, 31 anni: "Sono sola, alcuni anni fa ho avuto un'IVG. Le conseguenze sono atroci, soprattutto quando la famiglia prima ti costringe ad una scelta, ti disprezza, e poi ti abbandona, così pure hanno fatto gli "amici" che venuti a conoscenza del fatto avevano promesso aiuto ed invece sono spariti tutti. Io ho sbagliato prima di tutto commettendo un omicidio, non so ancora perché l'ho fatto, ed ho continuato a sbagliare cercando aiuto e conforto, ma forse è giusto pagare per tutto a questo modo."

In considerazione di ciò, sarebbe caldamente consigliabile un sostegno nell'elaborazione di tale esperienza; un sostegno che potrà essere offerto dagli psicologi del Consultorio Familiare.

            La consapevolezza e l'elaborazione, anche intima, dell'evento possono essere occasione di crescita personale e di senso della propria responsabilità, anche se accompagnate dal dolore.

Le reazioni psicologiche del padre e dei familiari all'interruzione volontaria della gravidanza. Essendo la gravidanza un evento che coinvolge tutta la famiglia, se informata della stessa, ricadute psicologiche dell'aborto volontario possono essere avvertite non solo dalla donna, direttamente coinvolta.

            Anzitutto il marito o, più in generale, il padre biologico del bambino, soprattutto se ha dovuto cedere davanti alla decisione della sua compagna.

            Il sentimento dominante sarà quello di una profonda impotenza di fronte alla decisione della madre. Questo causerà frizioni intollerabili nella loro vita matrimoniale, portandoli spesso verso il divorzio.

            E anche un senso di colpevolezza per non aver potuto impedire l'aborto.

E, da ultimo, un senso di perdita di responsabilità, perché comunque il "padre" non ha più niente da dire nel campo del concepimento e della salvaguardia del bimbo prima della nascita.

            E anche i fratelli e le sorelle del bambino abortito. Quello che gli americani chiamano "Sindrome del sopravvissuto all'aborto".

Vi sono pochi studi su questo argomento, ma è abbastanza facile immaginare cosa deve pensare un figlio dei propri genitori quando viene a sapere che uno dei suoi fratelli o sorelle è stato ucciso da un medico su domanda esplicita della loro madre, magari con il consenso del padre.

            Il sintomo prevalente in questi bambini è un grande senso d'insicurezza; una perdita di fiducia, accompagnata, talvolta, da senso di paura, d'avversione e persino di odio verso i genitori giudicati "capaci di uccidere anche loro, dal momento che hanno osato uccidere un fratello o una sorella".

            E, infine, anche gli altri membri della famiglia, e in modo particolare i nonni.

            Questi ultimi vedono la loro discendenza più lontana, i loro nipotini uccisi dai loro stessi figli. Quando si vede l'affetto particolare che molti nonni hanno per i loro nipoti, non occorre essere psichiatra per rendersi conto di cosa devono sentire nel proprio intimo i nonni di un bambino abortito.

            Vissuti psicologici e possibili conseguenze psicopatologiche all'interruzione volontaria di gravidanza. Per la maggior parte delle pazienti, l'aborto non è una minaccia al benessere mentale e non dà sequele psicologiche negative. Prima che tale intervento fosse facilmente e legalmente eseguibile, le difficoltà psicologiche erano, verosimilmente, dovute più che altro ai problemi e allo stress che le donne dovevano affrontare per riuscire a realizzare il loro intento. Le pazienti più soggette alle sequele di ordine psicologico sono quelle che hanno sofferto di sintomi psichiatrici già prima di rimanere gravide, quelle che hanno dovuto interrompere una gravidanza desiderata per ragioni mediche (materne o fetali), quelle dotate di una notevole instabilità oppure le giovanissime o quelle che hanno avuto un aborto tardivo.

            Studi condotti nei Paesi Bassi, che oggigiorno hanno il tasso d'interruzione di gravidanza fra i più bassi al mondo grazie allo sviluppo di una "cultura di pianificazione familiare", hanno dimostrato che non vi è una maggior incidenza di disturbi psicologici nelle donne che si sono sottoposte a un'IVG. Se alcune donne possono percepire tristezza e rimorso, la maggior parte di loro prova una sensazione di sollievo dopo l'intervento. Tempo dopo, continuano a pensare che la loro decisione era fondata, anche se per alcune è stata una decisione difficile da prendere. Le donne che invece sono state costrette a mettere al mondo un bambino contro la propria volontà, come pure i bambini indesiderati, soffrono più spesso di disturbi psichici e psicosomatici delle donne che hanno abortito o dei bambini desiderati.

Il caso più grave di psicopatologia a cui può andare incontro la donna in seguito a IVG è la "Sindrome post abortiva (PAS)", a tutt'oggi ancora molto dibattuta.

Sindrome post abortiva (PAS). La perdita di un bambino, anche prima della nascita, è causa naturale di un tempo di lutto per ogni madre. Tuttavia, quando il bimbo muore di morte naturale, il tempo fa superare, più o meno, questa tristezza della madre, non cancellando però mai un sentimento di perdita insostituibile. L'accettazione della morte d'un bimbo è cosa difficile per ogni madre.

            Ma quando questa morte avviene in modo deliberato, organizzato prima, quando il bimbo è ucciso da un medico, il trauma psichico è maggiore. Il senso di colpa per cui la donna non cessa di accusarsi d'aver ucciso suo figlio può portarla a sviluppare una nevrosi.

Il pensiero che la tortura è: "Non mi perdonerò mai d'aver consentito all'uccisione del mio bimbo e ciò mi perseguiterà sempre".

            La base stessa della sindrome post-abortiva si situa al livello della percezione soggettiva dell'aborto subito. In altri termini: la donna risente l'aborto come il fatto d'aver ucciso il proprio figlio in modo cosciente e premeditato. Il fatto che l'esecutore sia stato un medico accresce l'orrore dell'accaduto.

            La percezione di una complicità da parte della donna è d'importanza capitale per tentar di capire cosa avviene nella coscienza della donna che ha abortito. L'idea di omicidio del proprio bambino rimane scolpita nella memoria.

Le conseguenze per la donna colpita da questa sindrome terribile sono lì a testimoniarne la gravità.

Secondo l'"Elliot Institute for Social Sciences Research":

  • Il 90% di queste donne soffre di danni psichici nella stima di sé;
  • Il 50% inizia o aumenta il consumo di bevande alcoliche e/o quello di droga;
  • Il 60% è soggetto a idee di suicidio;
  • Il 28% ammette di aver persino provato fisicamente a suicidarsi;
  • Il 20% soffre gravemente di sintomi del tipo stress post-traumatico;
  • Il 50% soffre dello stesso in modo meno grave;
  • Il 52% soffre di risentimento e persino di odio verso quelle persone che le hanno spinte a compiere l'aborto.

Non vi sono statistiche su certi altri aspetti, come gli incubi notturni, le difficoltà di relazioni interpersonali, gli stati di panico, di depressione incontrando altri bimbi o bimbe.

La comparsa di disturbi organici a seguito di questo stato di "trauma psicologico" è anche difficile da quantificare, ma molte donne soffrono di disturbi ginecologici dopo l'aborto. Fra questi l'amenorrea prolungata, dolori persistenti ai seni. Tali disturbi, che possono trascinarsi per anni, non si spiegano solo con l'aspetto chirurgico dell'intervento.

            Queste donne subiscono pure, molto frequentemente, diversi sintomi di relegazione nel loro subcosciente dell'aborto subito. Si sforzano di compensare il loro rimorso, più o meno ammesso, attraverso un'attività vicariante; gettandosi in pieno nelle loro occupazioni, rese sempre più trepidanti allo scopo di non dover pensare ancora...

            Spesso queste donne non mettono in relazione i loro disturbi psichici con l'aborto subito. Ciò non facilita il compito del medico consultato per sintomi a prima vista molto disparati.

            Evidentemente l'aborto è irreversibile; per cui ogni terapia sarà essenzialmente palliativa. Attualmente non esiste una terapia curativa di questa sindrome.

            E il carattere d'irreversibilità ci costringe a considerare anzitutto l'importanza della prevenzione.

            Troviamo, fra gli specialisti della terapia, "scuole" diverse relativamente alla percezione degli atteggiamenti e dei comportamenti da tenere di fronte a questa sindrome. Tuttavia, noteremo più avanti che dai testi di questi esperti, che sono peraltro di origine e di formazione molto disparate, emerge una straordinaria unanimità.

            Uno degli istituti specializzati, l'"lnstitute of Pregnancy Loss and Child Abuse Research and Recovery" (IPLCARR), situato in Canada (Colombia britannica), e diretto dallo psichiatra professor Philip Ney, forma consiglieri specializzati. Essi sono preparati in modo approfondito nelle tecniche di aiuto psicologico. Imparano a evitare le trappole di rimozione (refoulement) nella donna che soffre, per farle prendere pienamente coscienza del suo errore e per guidarla nel processo di lutto e di svolgimento (déploiement) spirituale, unica via praticabile per "uscire dal tunnel".

Susan Standford descrive nei dettagli una via simile nel suo libro "Will I Cry Tomorrow?", "Piangerò domani?". Questa psicologa americana ha, del resto, iniziato la sua carriera di specialista della sindrome post-abortiva subendo lei stessa un aborto. Ora dedica la sua vita alla cura delle donne che hanno abortito. Lo fa assieme a suo marito, il dottor Vincent Rue.

            Questi esperti hanno trovato che il processo terapeutico del conflitto psicologico poteva essere paragonato al processo di accettazione della propria morte più o meno imminente, così come l'ha descritto Elisabeth Kübler-Ross, psichiatra americana di origine svizzera.

            Questa progressione avviene in 7 tappe successive:

  1. La negazione del problema;
  2. La rabbia per il fatto di dover affrontare il problema;
  3. Il mercanteggiamento con la propria coscienza per tentare di liberarsene;
  4. La depressione;
  5. Il senso di colpa e di vergogna;
  6. Il perdono;
  7. La riconciliazione.

È praticamente impossibile, per la donna che ha abortito, arrivare alle due ultime tappe senza aiuto esterno. Qui si trova appunto lo spazio operativo dei consiglieri psicologici. Perché il fatto di non progredire più dopo la tappa 4 (depressione) o 5 (colpa/vergogna) è all'origine del tasso di suicidi elevato in questa categoria.

            La signora Meta Eichmann, che dirige "Suicide anonymous" a Cincinnati, nello Stato dell'Ohio, negli Stati Uniti d'America, ha dichiarato che il suo gruppo, in 2 anni e mezzo di tempo, aveva curato più di 4000 casi di (tentativi di) suicidio di donne. La metà di questi casi riguardava donne che avevano abortito. Fra queste, 1.400 erano di età fra i 15 e i 24 anni, che è la fascia d'età in cui, negli Stati Uniti d'America, il tasso di suicidi mostra il picco più elevato.

            Ma anche una buona formazione generale non è sempre sufficiente per condurre a buon fine questo compito.

            Supponendo un "quadro di fondo" intensamente religioso, il dottor Pablo Verdier, psichiatra uruguaiano, specializzato in questa sindrome, insiste per esempio sul fatto che i confessori cattolici dovrebbero badare affinché le loro penitenti non abbiano a confessare "un aborto", bensì "il loro aborto", senza di che non potranno progredire oltre sulla via delle 7 tappe citate prima. Questo fatto è pure citato da papa Benedetto XVI nel suo scritto sulle questioni importanti attuali sulla Fede. Il dottor Vincent Rue chiama questo "to name the pain", "dare un nome al dolore".

            Come Susan Standford, il dottor Pablo Verdier auspica quel che chiama "sueño diurno dirigido", il "sogno sveglio guidato". È uno stato in cui la donna che ha abortito si concentra intensamente sul proprio aborto, immaginandosi il più vivamente possibile il proprio figlio che viene ucciso e che lei rimette in spirito al Creatore e Redentore del mondo.

            Prevenzione dell'I.V.G. Nei Paesi Bassi come precedentemente detto l'introduzione della soluzione dei termini è stata accompagnata da una precisa volontà, degli ambiti coinvolti in questa problematica, di attivare la prevenzione: educazione sessuale intensiva, contraccezione gratuita, accessibilità ai centri di pianificazione familiare e, nel caso di un'interruzione della gravidanza, consulenze centrate sulla contraccezione. L'insieme di queste misure di prevenzione hanno sviluppato una "cultura di pianificazione familiare". Sono questi i fattori che, nonostante una legge permissiva, hanno prodotto il tasso d'interruzione di gravidanza fra i più bassi al mondo. Quindi, nonostante l'aborto in Italia sia in calo costante, in relazione all'elevazione dei livelli di cultura e istruzione ed alla diffusione dei concetti e metodi della contraccezione, è prevedibile che un impegno più incisivo a favore della pianificazione familiare, anche attraverso l'attività formativa e informativa, a livello tanto centrale quanto locale, comporterebbe un più rapido calo del ricorso all'IVG, con ovvi benefici per i singoli e la collettività. Questo compito dovrebbe essere assunto in primis dai Consultori Familiari, con un potenziamento delle attività e delle risorse dello stesso e la presenza di mediatrici culturali in grado di connettere il servizio con quella parte di popolazione femminile che incontra una barriera pressoché insormontabile nelle differenze culturali, etniche, religiose e linguistiche.

            Infine un discorso più particolareggiato meriterebbe l'educazione scolastica. È tempo di insistere sul dovere, che le scuole hanno, di promuovere la conoscenza sia dei fatti inerenti alla sessualità umana (fisiologia, emotività), sia dei relativi problemi, insieme con i modi di affrontarli, conoscenza rivolta alla consapevolezza circa le responsabilità che ne derivano.

www.inftub.com/filosofia/psicologia/IVG-e-prevenzione-dell-IVG-Tes12638.php

2019  UCIPEM NAZIONALE   globbers joomla templates