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Il bambino, la sofferenza e la morte

 

 

 AUTORE: Aldo Basso

Si è felici da bambini? A volte verrebbe da pensare all’infanzia come ad un’età felice e senza preoccupazioni, l’età in cui non si hanno responsabilità, l’età dei trastulli e dei giochi... Non possiamo certamente negare che vi possano essere momenti di sofferenza ed esperienze di frustrazione, ma in fondo tendiamo a pensare che, trattandosi di bambini, queste loro esperienze – compresa l’esperienza della sofferenza – siano vissute in modo superficiale, passeggero e non lascino più di tanto il segno.

Non è certamente difficile immaginare che l’esperienza della sofferenza possa essere vissuta con modalità assai diverse da parte dei bambini rispetto agli adulti; inoltre, non è facile stare accanto a loro quando soffrono. In particolare, questo accade quando si tratta di stare vicini a bambini che si trovano ad affrontare la perdita di persone care o comunque si confrontano con l’esperienza della morte.

 

 

 

L’esperienza della sofferenza nel bambino

 

Le sofferenze sperimentate dai bambini sono assai diverse. Ad esempio: sofferenze fisiche (dolori fisici, operazioni, incidenti e traumi, fame...); paure, ansie, fobie, incubi; frustrazioni (carenze affettive, bisogni non soddisfatti, distacchi...); perdite (di oggetti, di animali, di persone); violenze e maltrattamenti; gelosia; esperienze di conflitto; isolamento sociale; situazioni di handicap.

I fattori che possono condizionare l’esperienza della sofferenza nei bambini sono diversi. Ad esempio: età del bambino; caratteristiche psicologiche del soggetto; durata di una determinata sofferenza; frequenza dell’esperienza di sofferenza; intensità della sofferenza; precedenti esperienze di sofferenza; aiuti che possono essere offerti dall’ambiente al bambino, ecc.

In particolare, è opportuno tenere presente l’incidenza che hanno i fattori conoscitivi. E’ noto, infatti, che le sue capacità conoscitive presentano caratteristiche particolari per quanto riguarda la possibilità di percepire la realtà in modo oggettivo. Si può pensare che ad un bambino possano essere risparmiate certe sofferenze, dovute ad esempio al fatto che egli non è in grado di ‘rendersi conto’ della gravità o delle possibili conseguenze di ciò che gli sta capitando. Per altro verso, però, proprio la (relativa) incapacità del bambino di valutare obiettivamente le varie situazioni lo può portare a tormentarsi e a soffrire anche intensamente per situazioni che, invece, non giustificano il suo disagio. Inoltre, anche le ridotte capacità del bambino per quanto riguarda il linguaggio possono condizionare la sua possibilità di esternare il dolore e chiedere un aiuto adeguato. Nel bambino, inoltre:

-         i sentimenti di dolore spesso sono improvvisi nel loro sorgere e altrettanto improvvisamente scompaiono;

-         i sentimenti dolorosi e negativi occupano spesso tutta la sua scena psichica, possono ‘investirlo’ totalmente e quasi ‘scuoterlo’ violentemente.

-         il bambino non è normalmente in grado di ‘distanziarsi’ dai sentimenti dolorosi che sperimenta, tentando di tenerli un po’ sotto controllo; non è in grado di ridurli ad un’esperienza tutta interiore, mostrando all’esterno una relativa calma e tranquillità.

 

Il bambino e la morte

L’esperienza del lutto da parte del bambino

La reazione di un bambino di fronte all’esperienza della perdita di una persona cara

dipende da diversi fattori, come ad esempio: età, grado di sviluppo intellettuale e linguistico, qualità della relazione vissuta con la persona scomparsa, presenza di figure sostitutive della persona scomparsa, l’assistenza e il sostegno offerti al bambino dall’ambiente circostante, le reazioni e il comportamento delle persone che stanno attorno al bambino.

Se ci si chiede se un bambino sia capace di elaborare il lutto, è anzitutto opportuno definire il lutto stesso. Se lutto non significa solo la capacità di provare dolore per la morte di qualcuno che si ama, ma anche la capacità di confrontarsi con la perdita e di sostenerne il dolore (e gli altri sentimenti) e poi, nel tempo, staccarsi interiormente dallo scomparso, sembra verosimile immaginare che, in generale, il bambino trovi più difficile dell’adulto elaborare il lutto – e ciò sarà tanto più vero quanto più si abbassa l’età.

Conseguenze per il bambino che sperimenta la morte di una persona cara

Le conseguenze che si possono riscontrare nella vita di un bambino che sperimenta la scomparsa di una persona cara sono diverse. Oltre ad eventuali conseguenze sul piano

delle risorse economiche (minori entrate), il bambino può sperimentare un diverso atteggiamento delle persone che si curano di lui, come ad esempio: un atteggiamento

più protettivo, minore vicinanza affettiva delle persone che gli sono vicine in quanto troppo sopraffatte dal dolore, minore disponibilità di persone che si prendono cura di

lui, un clima famigliare depresso e triste. A volte un lutto può comportare anche il cambio di residenza della famiglia, oppure la necessità che un genitore debba intraprendere un impegno lavorativo per far fronte alle minori entrate economiche.

L’intervento educativo

L’agire dell’educatore, anche nei suoi singoli interventi, è sempre condizionato e si caratterizza in base alle sue convinzioni profonde, ai valori che ha assimilato, agli atteggiamenti generali che ha sviluppato nei confronti della vita e delle persone in tutti i loro aspetti: in una parola, in base alla sua ‘filosofia di vita’. Anche nel momento in cui si confronta con l’esperienza della morte, quindi, quello che egli fa e dice, i suoi silenzi, i suoi gesti metacomunicano i suoi atteggiamenti di fondo.

  1. Le domande che l’educatore si pone sono diverse: è opportuno parlare della morte al bambino (in famiglia, a scuola)? E’opportuno permettere che il bambino sia (precocemente) ‘esposto’ a scene o situazioni di morte (ad esempio, vedere la persona cara morta)? Qual è la capacità del bambino di comprendere il significato della morte? Quali domande nascono nel bambino di fronte alla morte? Le risposte a queste e ad altre eventuali domande non sono certamente semplici: troppi fattori sono in gioco e troppo diverse sono le situazioni alle quali ci si potrebbe riferire. Ci si può limitare soltanto, quindi, ad alcune semplici considerazioni di carattere piuttosto generale.
  2. Se educare significa introdurre progressivamente il bambino nella realtà, in tutti i suoi aspetti, allora si comprende come non sia giustificato sul piano pedagogico il tentativo di quegli adulti che, animati dal bisogno di ‘proteggere’ il bambino, cercano in ogni modo di ‘nascondere’ al bambino la realtà della morte, ammesso che ciò sia realmente possibile. Il silenzio e il tentativo di nascondere questa realtà al bambino rappresenta comunque una scelta educativa da parte degli adulti, di fronte alla quale è molto probabile che il bambino colga tra l’altro immediatamente questo metamessaggio: ‘è meglio che non chieda niente ai miei genitori a proposito della morte, perché a loro non fa piacere e li fa soffrire’.
  3. Come avviene di norma per altre situazioni dolorose che il bambino può sperimentare, anche di fronte alla morte egli non ha tanto bisogno di ‘spiegazioni’   quanto piuttosto di sperimentare una presenza che non lo faccia sentire solo e che lo aiuti a vivere la perdita senza cadere nell’angoscia. La domanda fondamentale che deve porsi l’educatore quindi non è: ‘come spiegare la morte al bambino?’ o: ‘che cosa dobbiamo dirgli?’, quanto piuttosto: ‘a quali condizioni si può stare accanto ad un bambino che si trova ad affrontare l’esperienza della morte, in modo che questa esperienza non lo laceri interiormente gettandolo nello sconforto, ma lo aiuti a viverla con sufficiente coraggio e speranza ed essere così in grado di affrontare altre future dure prove della vita?’. Siamo, in definitiva, di vero aiuto al bambino che soffre non se impediamo che il dolore lo faccia soffrire – dato e non concesso che ciò sia realmente possibile -, ma se facciamo in modo che non si senta come abbandonato e impotente e sperimenti la possibilità di poter liberamente condividere tutto ciò che passa nel suo animo con qualcuno che è capace con lui di accettarla e viverla con pazienza e speranza.

 Si deve anche sempre ricordare l’importanza che l’adulto abbia la capacità di porsi di fronte al dolore, che non deve essere minimizzato, con discrezione, delicatezza. Pur non negando l’efficacia e l’importanza della parola, si deve dire che in certe situazioni la sofferenza rende muti perché nessuna parola umana può colmare l’abisso che il dolore ci spalanca davanti. In certi casi, l’aiuto migliore che l’adulto può offrire ad un bambino può essere un abbraccio tenero e silenzioso, che comunichi un’intima vicinanza e – per chi crede - la fiducia di sentirsi sempre nelle mani e nel cuore di Dio. 

                               

 Per un bambino che vive la perdita in famiglia di una persona cara, diventa importante l’aver sperimentato un buon rapporto con la famiglia prima della morte, come anche la presenza di una persona fidata che si occupi affettuosamente di lui dopo la morte. E’ pure utile offrirgli anche informazioni pronte ed accurate sulla morte, a mano a mano che egli mostra di volere sapere, ed incoraggiarlo ad unirsi al dolore famigliare. Questi atteggiamenti possono

essere molto importanti, anche se non si deve dimenticare che i bambini vivono sia nella realtà che in un mondo creato dalla loro fantasia, per cui possono elaborare sentimenti e pensieri che l’adulto ben difficilmente potrebbe immaginare

 Un’esperienza che può tornare assai utile è quella di dare la possibilità al bambino di poter esternare e verbalizzare le sue paure, la sua sofferenza, le sue fantasie. Da questo punto di vista, la domanda che l’adulto deve porsi è la seguente: come riuscire ad ascoltare il dolore del bambino? Esperienza non certamente facile… Un bambino che sperimenta una forte sofferenza innesca a livello sociale, ma anche professionale, una forte reazione emozionale, che però fa fatica a tradursi in un’azione adeguata. Proviamo a ricordare come molto spesso noi cerchiamo di ‘consolare’ i bambini che soffrono, mancando inconsapevolmente di rispetto nei loro confronti. Quante volte capita di vedere adulti buoni e pieni di comprensione i quali, toccati interiormente da manifestazione di sconforto o sofferenza da parte di un bambino, sono spinti dall’impulso di ‘impedirgli di sentire’ il dolore: cercano di ‘fare’ qualcosa (ad esempio: distraendolo, offrendogli un oggetto caro), o minimizzano il suo dolore (‘non è niente’, ‘non preoccuparti’), o gli impediscono di esternare il suo dolore (non piangere, sei grande ormai…), o vogliono convincersi che in definitiva il bambino arriva presto a dimenticare. In questi casi il messaggio che inconsapevolmente metacomunichiamo diventa questo: ‘la tua sofferenza è così forte che sto male anch’io. Cerca dunque di reagire e non stare troppo male’.

 Solitamente la modalità più frequente con cui cerchiamo di stare vicino a chi soffre è quella di ricorrere a parole di consolazione.  A questo riguardo si deve tenere presente che le parole migliori che possiamo dire sono quelle che rispondo realmente ai bisogni della persona che sta soffrendo. Ora, solitamente i bambini – come del resto anche gli adulti - che si trovano in una grande sofferenza hanno anzitutto bisogno di essere ascoltati e compresi nel loro dolore. Ecco perché offrire aiuto e conforto in questi casi significa soprattutto essere capaci di ‘ascolto empatico’, cioè fare in modo che quello che diciamo metacomunichi loro che li stiamo veramente ascoltando e comprendendo nel loro dolore. Questo ci fa sentire realmente vicini e dà loro la possibilità di non sentirsi soli. L’ascolto empatico, inoltre, facilita nell’altro la possibilità di verbalizzare i propri sentimenti negativi, che vengono vissuti in tal modo come meno opprimenti.

 Può capitare a volte che un bambino, dopo aver perso una persona a cui era particolarmente affezionato o comunque dopo aver assistito a un evento drammatico, per qualche giorno manifesti il suo smarrimento con il pianto, con tante domande, con gesti o comportamenti che rimandano alla vicenda vissuta e poi… non accenni più alla persona scomparsa e non faccia più alcuna domanda. Occorre fare molta attenzione a casi del genere e non arrivare frettolosamente alla conclusione che il bambino, proprio per la sua età, è facilmente distratto da altre cose e dimentica facilmente. Potrebbe infatti trattarsi di una stuazione in cui il bambino ha ‘rimosso’ il suo dolore e ciò a motivo del fatto che ha percepito che alle persone che gli stanno vicine sarebbe motivo di disagio o sofferenza porre domande sulla morte o ricordare la persona cara scomparsa. Se ciò dovesse verificarsi, l’adulto dovrebbe cogliere qualche occasione favorevole per porre delicatamente qualche domanda o suggestione al bambino per invitarlo a verbalizzare i contenuti rimossi E’ di fondamentale importanza che al bambino arrivi il metamessaggio che lui può esternare il suo dolore e che l’adulto è disponibile a condividere con lui la sofferenza.

 Una preoccupazione frequente dell'adulto di fronte ad un bambino turbato o in preda al dolore è quella di 'proteggerlo', nel senso di fare il possibile per risparmiargli il dolore. Spesso si tratta di adulti buoni e pieni di dedizione, Probabilmente qualsiasi adulto ricorre qualche volta a questa tattica per aiutare un bambino ad affrontare un'esperienza spiacevole – e ciò di per sé non pregiudica il futuro sviluppo della personalità infantile; quando, però, questa modalità educativa viene applicata in modo generalizzato e sistematico, allora si possono creare seri problemi al bambino stesso. Freud afferma che “chi è capace di soffrire può ancora crescere”.

 

L’esperienza della morte e il problema del senso

 

La riflessione sarebbe incompleta se non si facesse un accenno ad un orizzonte più vasto che riguarda il problema del senso: il senso dell’esistenza umana – tema piuttosto ignorato dalla pedagogia contemporanea. Nella scuola dell’infanzia si dedica abitualmente attenzione al tema della vita: si spiega ai bambini come nasce la vita, come essi erano ‘vicini’ alla mamma prima di nascere, si invitano a portare fotografie e filmati che ritraggono i primi momenti della loro vita, si fa notare loro una mamma incinta che aspetta un bambino... Non c’è, invece, altrettanta attenzione al tema della morte – anzi, può capitare di sentire insegnanti che riferiscono di essersi trovate di fronte a genitori che le hanno esplicitamente ‘sconsigliate’ di affrontare questo tema. Eppure è a tutti noto che già nei primi anni di vita un bambino ha più volte occasione di fare esperienza della morte: ne sente parlare, vede scene di morte alla televisione, può essere direttamente coinvolto in prima persona dalla morte di persone care (famigliari o parenti), assiste alla morte di animaletti a lui particolarmente cari. Non è affatto raro che prima o poi un genitore si senta porre dal bambino domande come: ‘il nonno che è morto dove si trova adesso?’; ‘mamma, ma quando sarai grande morirai anche tu?’; ‘quando torna il papà/la mamma (che sono morti)?’; ‘perché mamma piangi se dici che il nonno sta bene in cielo?’; ‘perché si nasce se poi si muore?’.

Come si pone l’educatore cristiano di fronte agli interrogativi di tipo esistenziale, quali:  da dove veniamo? Dove andiamo? Cosa siamo venuti a fare su questa terra… In particolare, per il tema che stiamo considerando: come si pone di fronte alla sofferenza e la morte?

L’educatore cristiano alla fine si rivolge a Dio, Lo interpella come già fece Giobbe, guarda il volto di Gesù, perché Dio ha il volto di Gesù. Quale ‘risposta’ gli viene data?

-         Anzitutto il Dio che risponde all’uomo che soffre è un Dio che a sua volta soffre, è un Dio crocefisso. Questa è una prima ‘risposta’, silenziosa ma misteriosamente eloquente.

-         In secondo luogo, Gesù non appare mai come Colui che ama la sofferenza e gode di essa. Al contrario, si commuove e piange di fronte alle persone che soffrono e sono in lutto, esercita la Sua misericordia guarendo persone, chiede al Padre che - se è possibile - allontani da Lui il calice del dolore.

-         In terzo luogo c’è in Lui un atteggiamento di accettazione e di obbedienza di fronte alla sofferenza: è pronto a fare la volontà misteriosa del Padre, secondo la quale “era necessario che il Figlio dell’uomo soffrisse”.

-          Infine Egli vive la sofferenza come via alla gloria. La croce rappresenta il passaggio buio e misterioso verso la luce della glorificazione.

Naturalmente tutte queste considerazioni non intendono offrire una giustificazione razionale e ‘spiegare’ in modo chiaro e convincente il problema della sofferenza.

In definitiva, come afferma Paul Claudel, “Dio in Cristo non è venuto a spiegare la sofferenza, ma a riempirla della Sua presenza”; la grandezza suprema del cristianesimo “viene dal fatto che esso non cerca un rimedio soprannaturale contro la sofferenza, bensì un impiego soprannaturale della sofferenza” (Simone Weil).

 

 

 

Aldo Basso

Sacerdote e psicologo

 

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