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A proposito di “suicidio assistito”

 

Autore: Gabrio Zacchè

Con la sentenza della Corte Costituzionale circa il suicidio assistito si è riaperto sui mass-media il dibattito sul fine vita. La Corte, esprimendosi sull’articolo 580 del Codice Penale, ha previsto la depenalizzazione dell’aiuto al suicidio in ben precise circostanze: patologia irreversibile con sofferenza intollerabile, richiesta tramite il Servizio Sanitario Nazionale, persona capace di decisioni libere, ed ha invitato il Parlamento ad intervenire con una normativa organica. Parlamento che a tutt’oggi non è riuscito a regolare la materia a causa della instabilità politica e degli scontri ideologici tra i partiti.

Il fine vita è argomento che va trattato con grande “pudore”, per il rispetto che merita chiunque soffre assieme al proprio contesto familiare. Rispetto che ci obbliga a non giudicare mai l’interiorità delle persone, consapevoli che un domani potremmo essere noi in quelle condizioni. Non è facile parlarne, mentre è facile fare semplificazioni, fraintendere o semplicemente non conoscere quanto il presente offre o può offrire nel prendersi cura. Penso sia da evitare l’arroccamento su opposti fronti, ma chi ha a cuore la vita deve continuare a difenderla con la parola, la testimonianza e l’impegno sociale.

Per molti la non punibilità, anche se circoscritta ad uno specifico caso (l’aiuto dato a Dj Fabo, tetraplegico e cieco, a morire in una clinica svizzera) è un “cavallo di Troia” che  potrebbe portare in un prossimo futuro alla eutanasia come già avvenuto in alcuni Paesi europei. n

Cosa ne pensano i malati gravi e inguaribili? Ho percepito molte reazioni critiche. I pazienti, già con la tentazione di sentirsi un peso ingombrante e fastidioso per il bisogno che hanno di assistenza e di presidi terapeutici, con questa sentenza si sentono degli scartati, incoraggiati a farsi da parte in una società che non li considera. Secondo Mario Melazzini, medico affetto da SLA già presidente dell’AIFA, con il pronunciamento del 25 settembre è prevalsa la cultura del “benpensante”.

Ma noi siamo in grado di offrire una possibilità a chi fa la scelta di vivere? Per una risposta etica ed umana è necessario:

- Aiuto socio-assistenziale affinchè le famiglie siano nelle condizioni di non lasciar solo il malato.

-  Evitare l’accanimento terapeutico quando non vi sono possibilità di cure utili.

- Cure palliative in hospice e a domicilio garantite e competenti.

- Sedazione profonda per abolire il dolore intollerabile e refrattario.

Le cure palliative sono il principale disincentivo al suicidio per disperazione e all’eutanasia.  Quando non si può più curare vi è ancora molto da fare: vi è il prendersi cura. Solitudine ed angoscia vanno combattute. Manca tuttavia l’informazione, mentre l’organizzazione, ottimale in Mantova e Provincia, si dimostra carente in altre realtà nazionali nonostante quanto previsto dalla legge 38/2010. 

Fanno riflettere le parole di don Massimo Angelelli, direttore ufficio Cei per la pastorale della salute: “Se un malato terminale si sente accompagnato e amato, se intorno a sé ha una rete parentale e relazionale, non ha motivo per chiedere di morire. Privarlo invece di accompagnamento e cura è condannarlo a morire, ma non è una scelta, è di fatto una condanna. Paradossalmente, scegliere di morire finisce per essere percepito come un atto di altruismo e un sollievo per tutti” (Avvenire, 28 settembre 2019).

Gabrio Zacchè

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