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Bioetica al tempo del Coronavirus

Scegliere chi curare? Quali criteri?

 

Autore: Armando Savignano

 

Dilemmi etici

La tragica situazione del coronavirus pone interrogativi e dilemmi etici decisivi. Questo virus, infatti, colpirà non solo i nostri corpi, ma avrà conseguenze anche per la nostra coscienza morale. La drammatica situazione che stiamo vivendo genera indubbiamente angoscia ed ansia, che in genere sono indefinite, a differenza della paura che si riferisce a qualcosa di determinato e che, una volta conosciuto, la debella. La paura si vince conoscendo ciò che si teme. Perciò è utile aver paura per cercare di conoscerne le cause e approntare i rimedi adeguati. Nel caso del Coronavirus, la paura può essere debellata, in quanto si conosce il virus; la sua sequenza è stata già scoperta, nonostante si ignorino ancora alcuni effetti che possono generare ansia.

Ma infine, occorre rilevare che la vita non è esente da paure e da rischi che la tecnologia da sempre ha cercato di vincere per rendere la nostra esistenza più comoda e soprattutto più sicura. Nonostante per l’uomo vivere nella certezza e nella sicurezza sia fondamentale proprio per non soccombere, perché non può vivere sempre alla maniera del naufrago, in quanto ha bisogno infine di guadagnare la terra ferma, tuttavia oggi siamo in un mondo dove la precarietà, la fragilità sembrano essere la cifra dell’esistenza. Di qui una prima osservazione: solo la conoscenza e la scienza – non le opinioni e le fake news – generano certezze e ci liberano dalla paura; a tal proposito occorre rilevare che molto spesso si è operato un ostracismo contro la scienza, ad esempio come nel caso dei vaccini, per sottacere del ruolo delle false notizie che si diffondono con la velocità superiore al virus attraverso i social. La scienza, nella società della conoscenza, pur con tutti i suoi limiti, è fondamentale per cercare di farci vivere meno insicuri con più certezza, anche se, infine, l’uomo rimane un disadattato ed un inadattabile in questo mondo che cerca di modellare e trasformare grazie alla tecnica per una migliore qualità della vita. Questa drammatica situazione scaturita dall’infezione del coronavirus solleva, pertanto, anche delicati e decisivi interrogativi etici che, quando finalmente vedremo la luce in fondo al tunnel, cambieranno la nostra vita e i nostri rapporti con gli altri. A tal proposito, non facciamoci molte illusioni anche se occorre coltivare la speranza in un mondo migliore.

La solidarietà

Inoltre è essenziale, oggi come non mai, il richiamo all’etica pubblica, specie quando si prospettano alternative tese ad assecondare gli eventi morbosi senza contrastarli in modo da favorire così la formazione di difese immunitarie, ma pagando inizialmente un prezzo molto alto in termini di sacrifici di vite umane. A tal proposito si è anche parlato di immunità di gregge. Ma non è compito e prerogativa specifica ed ineludibile dello Stato proprio quella di garantire il diritto alla vita, che è al primo posto rispetto a tutto il resto?

In questo tempo di coronavirus emerge anche il valore della solidarietà in contrapposizione all’egoismo ed all’individualismo, poiché assoggettarsi a certe regole di comportamento significa non solo proteggere se stessi ma soprattutto gli altri rispetto ad un possibile contagio. Di qui l’appello alla responsabilità sia individuale che collettiva. Infine emerge anche il dilemma se, per contrastare la diffusione del virus, occorra sacrificare il diritto alla privacy per un bene superiore rappresentato dalla salute pubblica, che è un bene primario e non negoziabile.

 

Il diritto alla vita

Tra gli interrogativi morali, bisogna anzitutto riferirsi al diritto alla vita e alla sua salvaguardia che, come qualcuno ha insinuato, potrebbe essere messo in discussione in certe circostanze in cui si potrebbe essere costretti a stabilire priorità nell’assistenza medica. A tal proposito occorre ribadire che la deontologia medica implica l’imperativo di ‘curare sempre e – purtroppo – guarire a volte’. Gli anziani, i disabili, cioè le persone più deboli, non sono un numero e rischiano ancora una volta di essere discriminate, a riprova che la discriminazione non ha frontiere. E’ solo il caso di richiamarsi al dramma vissuto in tante case di riposo, su cui occorre, al momento opportuno, fare piena luce e giudicare le eventuali responsabilità. Si deve, ovviamente, fornire la migliore cura ed assistenza a tutti; ma in situazioni di urgenza dove - ahimè – mancano medici, gli ospedali sono saturi, le macchine (caschi, ecc.) non sono sufficienti, occorre fare delle scelte imposte dalla necessità e dalle circostanze. Se avessimo tutte queste risorse sia umane che materiali, il problema non si porrebbe; invece il dilemma morale sorge proprio quando mancano quelle risorse, come in questo momento tragico

Non casualmente l’art.  32 della nostra Costituzione garantisce il diritto alla salute e cure gratuite a tutti.  Occorre tuttavia distinguere il diritto alla salute, che è un diritto umano fondamentale e, pertanto, non negoziabile, e il diritto all’assistenza che, come è noto, rappresenta una conquista del nostro Paese a differenza ad esempio degli USA. Ciò nonostante, in presenza di risorse insufficienti e al di là della opportuna denuncia   dei deprecabili sprechi in questo settore, si pone l’arduo problema, che investe anche la sfera politica, di operare delle scelte prioritarie le quali pongono la decisiva questione della giustizia sanitaria. Come è stato rilevato (Engelhardt) risulta quanto mai arduo conciliare nell’ipotesi del diritto all’assistenza le seguenti esigenze:1. La somministrazione della migliore assistenza possibile a tutti. 2. La somministrazione di un’assistenza uguale a tutti. 3. La libertà di scelta, sia da parte di chi fornisce l’assistenza sanitaria, sia di chi la riceve. 4. Il contenimento dei costi dell’assistenza sanitaria. Di qui altrettanti interrogativi che sintetizziamo nei seguenti: 1. Chi scegliere? 2. Chi decide? 3. Quali risorse e per quali azioni? Come osservò R.Gillon, a quel tempo direttore della rivista ‘Journal of Medical Ethics’.  Il primo interrogativo può essere illustrato così: «A chi fra tre persone, devo attribuire l’unico apparecchio salvavita di cui dispongo? Al più giovane, perché potrà vivere più a lungo, al più grave, perché ne ha la massima necessità, o al più bravo, perché lo merita di più?». La figlia di 12 anni, rifiutando l’ipocrisia delle scelte oggettive e già sapendo come sovente vanno le cose, rispose: «Certamente non devi darlo a quello di cui sei più amico, perché sarebbe disonesto». Sono stati formulati altri criteri per stabilire delle priorità in mancanza di risorse atte a soddisfare tutte le richieste: dall’età; alla casualità, che è irrazionale; ai ‘meriti sociali’, che puntano sulla meritocratica; al QALY (Qualità Adjusted Life-Year), basato su un punteggio, che tuttavia ha il grave limite di misurare due grandezze disomogenee: la lunghezza della vita e la sua qualità.

Come si vede, la domanda: ‘A chi?’, che non è ingiustificata e neppure nuova, è passibile di molteplici risposte: alcune basate su scelte così dette ‘oggettive’, altre sulle preferenze di coloro che hanno il ‘potere’ di compiere le scelte. Di qui la seconda domanda: «Chi decide?» Occorre a tal proposito distinguere tra: a) chi decide quale malato curare con un determinato supporto terapeutico e soprattutto tecnologico; b) chi decide sull’allocazione delle risorse umane, organizzative e soprattutto economiche per affrontare un determinato problema di salute. Si tratta, pertanto, di problemi microetici e macroetici con l’avvertenza che uso i termini ‘micro’ e ‘macro’ in rapporto alle dimensioni, non alla rilevanza dei valori implicati.

Attualmente - per ovvie ragioni di urgenza – ci si concentra sulla prima sub-domanda. A tal proposito occorre rilevare che le risposte sono, ancora una volta molteplici, ma infine bisogna osservare che si affida ai medici (e ai relativi ordini professionali) il compito di predisporre dei criteri etico-sociali. Di qui l’interrogativo se sia giusto attribuire una così grave responsabilità e, infine, un eccessivo potere decisionale ai medici, specie in presenza di risorse scarse, come in questa drammatica situazione. In altri termini, ci si interroga se sia giusto chiedere ai medici di ‘interiorizzare il concetto di scarsità di risorse’ perché essa può essere anche relativa, secondo l’importanza che assume la salute nel quadro delle priorità pubbliche; il che è una questione squisitamente ‘politica’. A tal proposito emerge il tema cruciale sul ruolo che assume la salute nelle scelte politiche. Perciò sarebbe più opportuno che tutti noi interiorizzassimo il concetto di ‘priorità’ della salute piuttosto che accettare, spesso supinamente, quello di scarsità, lasciando sovente in solitudine il medico (e l’equipe medico sanitaria) allorquando è chiamato a compiere scelte decisive per la vita delle persone. Ma non è il momento di affrontare questo complesso problema, bensì solo di rilevare che l’interrogativo «Chi decide?» implica una sinergia tra mondo della medicina e sfera politica senza ovviamente trascurare gli inevitabili risvolti economici.

Armando Savignano

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La comunicazione medica al tempo del Covid -19

Nel rapporto medico paziente il tempo dedicato all’ascolto è tempo di prevenzione e di cura. Ciò è particolarmente vero nel contesto dell’attuale diffusa e grave epidemia Covid 19.

Mentre la obbligata riduzione dei contatti interpersonali diretti hanno stravolto i nostri ritmi di vita e limitato per timore di contagio l’accesso in ambulatori e consultori, aumenta a dismisura la richiesta di pareri telefonici, email, whatsapp, facebook da parte di pazienti disorientati nonostante le precise informazioni degli organi istituzionali.

Ciò avviene perché accanto alle quotidiane notizie e disposizioni ufficiali, abbiamo anche innumerevoli interviste, pareri, fake news, allarmi, per lo più confondenti e contradditori provenienti anche dalla stessa comunità scientifica.

Si parla di “infodemia” per definire la circolazione di una quantità eccessiva di informazioni, talvolta non vagliate con accuratezza, che rendono difficile orientarsi per la difficoltà della gente ad individuare fonti affidabili. Si è creato uno stato di allarme esagerato.  La percezione del rischio, peraltro reale, viene enfatizzata, si va alla ricerca spasmodica e dannosa di ulteriori fonti informative.  I pazienti, di conseguenza, vogliono sentire il parere del medico di fiducia in quanto confusi dallo stato di incertezza sulla evoluzione di una virosi della quale poco si sa, mentre, d’altra parte, dati epidemiologici e conoscenze scientifiche si aggiornano a ritmo incalzante e modificano in pochi giorni.

In questo contesto la mia personale capacità di comunicare in modo efficace, fondamentale per rasserenare per quanto possibile gli animi, è messa a dura prova. 

Fondamentale è un bagaglio conoscitivo aggiornato ed abilità relazionali che comprendano l’autoconsapevolezza, per controllare le proprie emozioni in un contesto stressante, l’empatia e la capacità di ascolto attivo. Nel dialogo va colta la percezione del rischio propria di ogni individuo. Percezione che è atto soggettivo, influenzato dal vissuto e dalla emotività. La paura è inevitabile quando siamo informati di conoscenti o amici deceduti in solitudine, di camion di morti portati alla cremazione. La paura non va sottovalutata o ridicolizzate, ma va accolte ed ascoltata e dobbiamo fornire indicazioni su come affrontarla.

La nostra deve essere una comunicazione su misura, riguardante concrete esigenze personali, preoccupazioni e paure. Le giuste preoccupazioni vanno orientate verso una appropriata vigilanza, un apprendimento attento, lo sviluppo di una resilienza adulta e la collaborazione a far fronte alle limitazioni imposte. 

Noi professionisti della salute abbiamo quindi un ruolo cruciale all’interno di una complessa rete comunicativa. Per il rapporto privilegiato che abbiamo con le persone siamo mediatori dei messaggi veicolati dagli organi istituzionali.

Gabrio Zacchè

 

 

 

 

 

Ipotesi di futuro

 

Da tempo rimbalzano da un capo all’altro della penisola due espressioni ricorrenti: “andrà tutto bene” e “niente sarà più come prima”. Ma sarà vero?

Che proprio tutto sia destinato ad andare bene è niente più che un innocuo e rassicurante incoraggiamento, realisticamente impossibile, non fosse altro che per la scia di morti che ci lasceremo alle spalle e per lo stuolo di disoccupati che non potremo certo abbandonare al loro destino.

Quanto al post-epidemia, è difficile pronosticare il futuro. Certo non sarà una palingenesi in cui la natura umana sarà rinnovata, ripulita dal male dell’egoismo e dell’attaccamento al denaro. Già ora, in piena crisi sanitaria, sappiamo che nella nostra tranquilla e solidale città due farmacie sono state denunciate per aver posto in vendita le preziose mascherine a prezzi esosi; che fabbriche di prodotti sanitari poco lontane da noi hanno preferito - chissà perché? - esportare la merce di cui l’Italia ha ancora grande bisogno…

L’amore del denaro ancora prevale sulla pur diffusa pietas. Per dirla con una frase di Papa Francesco, ancora “il diavolo entra nell’uomo passando per le tasche”.

È interessante rileggere nelle pagine dei Promessi Sposi l’acuta analisi psicologica del popolo affamato e decimato dalla peste 400 anni fa a Milano: con qualche aggiornamento, potrebbero essere pagine di un reportage giornalistico di oggi. La natura umana è fragile ora come allora.

E tuttavia certamente alcune cose cambieranno: stiamo finalmente comprendendo quanto sia importante la competenza che le scelte politiche non dovranno ignorare; quanto vadano sostenute la ricerca e - quale sua necessaria premessa – la formazione culturale che la scuola deve fornire. E anche quanto sia assurda ogni forma di discriminazione.

Nel timore della morte e nell’amore per la vita ci siamo ritrovati uguali, fragili e indifesi, bisognosi di non sentirci soli. E abbiamo sperimentato quanto siano tremendamente vere le parole tante volte ripetuta a cuor leggero: “nessuno si salva da solo”.

“Niente sarà come prima” se l’individualismo sarà sconfitto e la consapevolezza del bene comune prevarrà sull’egoismo del singolo. Ormai sappiamo che chi se ne va in giro per i fatti suoi danneggia non solo la società ma anche se stesso e la sua famiglia: ormai sappiamo che i fatti suoi sono anche fatti nostri, che siamo tutti e ciascuno “sulla stessa barca”, sempre a rischio fino a quando non saremo tutti in salvo.

“Niente sarà come prima” se chi farà i fatti suoi a danno degli altri sarà additato come un pericolo sociale ed emarginato come – lui sì - un virus infettivo da cui difendersi; se la dedizione alla causa comune che stiamo sperimentando in questi giorni diverrà normale prassi quotidiana; se gli strumenti di comunicazione saranno diffusi e potenziati perché nessuno si senta emarginato o escluso.

Solo dalla sconfitta dell’individualismo e dal prevalere del Bene Comune potrà venire la svolta epocale. Sarà la nascita di un nuovo umanesimo e con esso di una “società sociale” a misura dell’uomo, che solo in una dimensione sociale può realizzare se stesso.

Anna Orlandi

 

 

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