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Editoriale

PANDEMIA: LIBERTÀ E RESPONSABILITÀ

La fase 3: aspetti etico-sociali

 Autore: Armando Savignano

Ormai si parla della così detta «Fase 3» di questa pandemia con tutti i problemi che nel prossimo autunno si dovranno affrontare e che sarebbe quanto mai opportuno prevedere e soprattutto prevenire dal momento che, grazie all’apporto determinante delle scienze e delle tecnologie, possiamo simulare i probabili scenari. A tal proposito occorre rilevare che un ruolo decisivo giocheranno la comunicazione e il contributo delle tecnoscienze. Ciò implica anche problemi etico-sociali. Il ruolo delle conoscenze medico-scientifiche – e del Comitato tecnico-scientifico – sarà ancora determinante, specialmente per le decisioni che assumerà la sfera politico-istituzione che non può eludere i delicati problemi dell’etica pubblica. Per la prima volta c’è una pandemia vissuta dai social nelle democrazie moderne. Di qui le dispute sul rapporto tra scienza-comunicazione. Nell’epoca della comunicazione multimediale, è addirittura emersa la fallace idea di mettere ai voti anche la scienza che – è superfluo rilevarlo – è del tutto diversa dall’opinione pubblica, anche se quest’ultima assume un ruolo decisivo, ma nell’ambito della dinamica sociale. Gli scienziati – quelli veri – in realtà non hanno avuto divergenze di fondo riguardo al coronavirus; si è trattato di differenze, per così dire, non di genere, ma di grado. Probabilmente è mancata, a questo livello, un’adeguata comunicazione che ha prodotto, sovente, nell’opinione pubblica un senso di confusione, mentre sarebbe stata auspicabile, in presenza anche di legittime ansie e paure, una divulgazione scientifica più chiara e rigorosa. Da questo lato, si è riproposta la questione di un’efficace divulgazione scientifica nel nostro Paese con il contributo decisivo dei media e delle professionalità giornalistiche. Ad ogni modo, occorre qui sinteticamente osservare che la conoscenza scientifica, allorché concerne la realtà concreta, l’esperienza in tutti i suoi diversi aspetti, è in grado di prospettare   soluzioni così dette oggettive solo in presenza di pochi parametri. Ma, nel mondo della complessità, quale è quello attuale, è sovente velleitario e frutto di ingenuità attendersi soluzioni facili, immediate ed inequivocabili. In molti casi, non sappiamo sino a che punto le conoscenze consolidate e disponibili possano ancora essere utili; sovente si applica ciò che è risultato valido in passato ritenendo che lo possa essere anche in futuro per un fenomeno che ha analogie con quelli trattati in precedenza. Così si è proceduto anche nel caso dell’epidemia del Covid-19. Ma si tratta di una fiducia che sovente si è dimostrata un azzardo, come sa ogni scienziato, anche se si spera sempre che si possano conseguire buoni risultati. Perciò in tali situazioni nuove e complesse si sovraccaricano gli esperti di un compito che va ben oltre le possibilità offerte dalla ricerca scientifica, che, come è noto, si basa su una rigorosa metodologia basata su teorie verificabili e falsificabili.

A volte la difformità di opinioni che si avverte tra gli scienziati può portare alla convinzione che sia giustificata una decisione meramente politica, che   privilegia quell’esperto autorevole oppure ci si appella alla maggioranza della comunità scientifica.Di qui l’interrogativo: i decisori, che devono implementare delle politiche nel breve tempo, devono attendere la risoluzione dei dubbi e delle divergenze tra gli scienziati? I tempi della decisione politica non sono, ovviamente, gli stessi delle procedure scientifiche, per cui è indispensabile un principio di cautela e prudenza da parte del politico saggio, specie quando è in gioco la vita e la salute dei cittadini. Ciò viene erroneamente scambiato per subordinazione della sfera politica a quella tecnico-scientifica con fatali fraintendimenti. Molti, all’opposto, auspicano atteggiamenti decisionisti, che spesso sono forieri di altrettante sciagure.

Occorre, quindi, consapevolezza dei limiti del potere della scienza e, ovviamente, della stessa politica, che deve applicare il principio di precauzione. E’ tuttavia   ineludibile praticare l’imperativo della chiarezza e trasparenza in modo da suscitare comportamenti responsabili. Pertanto sarebbe quanto mai opportuno distinguere tra distanziamento fisico – imprescindibile quale regola di condotta per scongiurare possibili contagi – dal distanziamento sociale. Infatti l’uomo vive in società, è un essere per natura sociale anche se molti suoi comportamenti sono anti-sociali.  Vi sono tuttavia molte teorie che sostengono l’indole costitutivamente anti-sociale dell’uomo per cui l’altro è per me un nemico da temere – di qui il ruolo della paura e della sua percezione – piuttosto che qualcuno con cui sono costitutivamente in relazione. L’uomo è capace di tutto – certamente di ciò che è lodevole, ma anche e in ugual misura di ciò che è più abietto. Da cui risulta che di fronte al puro e sconosciuto altro, io devo aspettarmi il peggio e pensare anticipatamente che la sua risposta potrebbe anche essere una pugnalata. Il puro altro, in effetti, è allo stesso tempo un mio potenziale amico e un mio potenziale nemico. La realtà «società» indica, nella sua stessa radice, tanto il suo lato positivo quanto quello negativo, sicché tutte le società sono, in minore o maggior grado, convivenze di amici e nemici.

 Occorrono, pertanto, comportamenti responsabili e liberi. Di qui le dispute, dai risvolti etico-sociali ineludibili, tra libertà e salute, come è emerso dalle posizioni dei così detti ‘negazionisti’, tra i quali emblematica e paradossale appare l’attitudine di B.-H.Lévy, secondo il quale «stiamo assistendo a un cambiamento di civiltà. Da Rousseau, la Repubblica è stata fondata su un contratto sociale. Oggi, sullo sfondo dell’igienismo impazzito, siamo in procinto di passare al contratto vitale (dammi le tue libertà, le scambierò con una garanzia di salute)».Si tratta di posizioni radicali spesso favorite anche dalla mancanza di chiarezza e trasparenza nella comunicazione sia scientifica che sociale. Nelle democrazie occidentali, siamo, però, cittadini e non sudditi. Spesso ci è stato imposto, in questa pandemia, ciò che dobbiamo fare ma senza spiegarcene adeguatamente le ragioni. Ovviamente, non sono negoziabili né la libertà e neppure la responsabilità.

Ma occorre anche considerare che questa pandemia ha suscitato rilevanti interrogativi spesso passati in secondo piano in questo tragico momento. E’ solo il caso di rilevare che si sono accentuati l’utilizzo della plastica, il consumo di carbone e gli incentivi alle auto tradizionali. Come sostiene il filosofo Mark Alizart: «Contiamo ancora le morti da Covid-19. Perché non stiamo contando le morti da crisi ecologica e perché non stiamo mostrando la curva delle emissioni di carbonio che dovremmo ‘appiattire’?». Il che ripropone anche la questione se questa pandemia ci abbia resi migliori specialmente sul piano dell’etica pubblica e della salvaguardia delle future generazioni.

Armando Savignano

 

 

 

 

 

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