logotype
Valutazione attuale:  / 0
ScarsoOttimo 

Bioetica e sviluppo sostenibile.

E’ in gioco il futuro del pianeta

 

 

Autore: Armando Savignano

In questo periodo si susseguono festival, dibattiti e riflessioni sull’ecologia e sullo sviluppo sostenibile anche a causa della rivoluzionaria decisione europea di destinare ingenti risorse alle energie pulite ed all’economia verde. Né è da trascurare che proprio quest’anno si sta nuovamente riflettendo sull’enciclica del Papa sulla questione ambientale (Laudato si’). Queste complesse e decisive problematiche riguardanti il futuro del nostro pianeta e la salvaguardia delle future generazioni implicano anche delicati approcci bioetici, sui quali vorremmo soffermarci molto sinteticamente.

 

Con la partecipazione di tutti

 

 

E’ preliminare evitare alcuni atteggiamenti perversi, tra i quali, anzitutto la negazione del problema, poi l’indifferenza e la rassegnazione, infine la sfiducia in soluzioni inadeguate. Perciò risulta fondamentale la comunicazione e la partecipazione di tutti i cittadini. Il ruolo della comunicazione nell’Agenda 21 (concordata nel Summit mondiale sullo sviluppo sostenibile 2002) è sostenuto con forza, sicché si può convenire sulla validità di quanto affermato dal decimo principio della Dichiarazione di Rio, secondo il quale il «modo migliore di trattare le questioni ambientali è quello di assicurare la partecipazione di tutti i cittadini interessati, ai diversi livelli»; «ciascun individuo avrà adeguato accesso alle informazioni concernenti l'ambiente in possesso delle pubbliche autorità, comprese le informazioni relative alle sostanze ed attività pericolose nelle comunità ed avrà la possibilità di partecipare ai processi decisionali»; «gli Stati faciliteranno ed incoraggeranno la sensibilizzazione e la partecipazione del pubblico rendendo ampiamente disponibili le informazioni». Nonostante infatti il profondo scetticismo che si può nutrire circa le reali intenzioni dei governi sottoscrittori di ispirarsi ad un simile principio (anche se ciò vale ovviamente per l’intera Dichiarazione), la sua enunciazione assume in ogni caso una rilevanza ideale, giacché trattasi pur sempre di un giudizio di valore e di un criterio al quale, almeno astrattamente, si ritiene doveroso attenersi. In particolare non si può non sottolineare l’enfasi posta sul diritto-dovere all’informazione e sulle modalità della partecipazione dei cittadini – e non solo degli addetti ai lavori – ai processi decisionali tanto più quanto queste decisioni interessano direttamente le popolazioni e le stesse generazioni future.

 

La responsabilità dei governi

 

I governi hanno una grande responsabilità sui temi ambientali. Finora si sono avvalsi dell’incertezza scientifica per giustificare il loro immobilismo, ma ora anche i più scettici devono constatare i cambiamenti climatici in atto e riconoscere che la sola nostra speranza consiste in un’iniziativa volta alla riduzione delle emissioni di anidride carbonica. Ma, come accade anche in questa congiuntura storica, davanti a scelte tra l’economia da una parte e l’ecologia dall’altra, si tende ancora una volta a privilegiare esclusivamente la prima, a meno che l’opzione ecologica non venga imposta con leggi vincolanti ed incentivata con benefici.

E’ ineludibile affrontare le sfide poste dallo sviluppo sostenibile, che rappresenta un obiettivo globale poiché fornisce una struttura di base per l’integrazione tra le politiche ambientali e le strategie di sviluppo, ed inoltre  costituisce  uno dei principali strumenti di programmazione per superare il circolo vizioso tra degrado ambientale-sottosviluppo-consumi eccessivi da parte del così detto Primo Mondo e far sì che la crescita si traduca in uno sviluppo effettivo dei paesi del Terzo Mondo.

 

Vivere con sobrietà

 

Per le questioni ecologiche - e non solo per esse – occorre vivere con maggiore sobrietà. Oggi si discute molto, alla luce della tragedia della pandemia, della conseguente crisi economica, ecologica e valoriale di un ritorno alla sobrietà come stile di vita.  A prima vista tale questione può apparire paradossale in un tempo come il nostro caratterizzato da una emergenza sanitaria e da una grave crisi occupazionale, che sta emarginando anche la così detta ‘classe media’. Tuttavia è impellente riflettere ed attuare uno stile di vita improntato alla sobrietà, che presenta risvolti bioetici e socio-politici. Come è noto, “Sobrio" è il contrario di “Ebbro”, che vuol dire, inebriato, esaltato, ubriaco, agitato, su di giri, fuori le righe, sregolato, fuori controllo, smisurato. La nostra, effettivamente, è per certi versi una società ebbra di consumi, di piaceri, di cose materiali, è una società basata sull’apparenza, sul narcisismo che molti psicologi e sociologi definiscono anche edonista. Sobrio, invece, è chi vive in modo in-nocente - non nuoce -, cioè equilibrato, misurato, entro i limiti. Per questo la sobrietà è uno stile di vita "sostenibile", ossia capace di futuro. Si tratta del passaggio dal modello di vita del cow-boy (che nel Far West deve continuamente “predare”) al modello di vita dell'astronauta, che deve invece essenzializzare tutte le risorse per affrontare il viaggio di andata e ritorno.

Oggi è forse possibile rilanciare la virtù cardinale della ‘temperanza’ nella forma aggiornata della sobrietà. Infatti, la temperanza “è la virtù morale che modera l’attrattiva dei piaceri e rende capaci di equilibrio nell‘uso dei beni del creato". La temperanza, con il suo richiamo alla moderazione e alla sobrietà, costituisce una sorta di scudo protettivo di fronte alle tentazioni della ricchezza ottenuta con ogni mezzo e suggerisce il giusto distacco dai beni materiali. La temperanza è, insomma, la virtù dell‘equilibrio e del senso della misura, della capacità di rinuncia. Chi agisce nella temperanza non è smodato, eccessivo, ingordo, sregolato, ma è una persona semplice ed essenziale in tutto, perché sa ridurre, recuperare, riciclare, riparare, ricominciare.  La sobrietà è, in questo senso, la virtù del futuro, il nuovo nome della temperanza; è un bene relazionale, una qualità della relazione: con se stessi (identità/sobrietà); con gli altri (alterità/sobrietà); con le cose (consumo/estetica della sobrietà).

La sobrietà tocca prima di tutto la dimensione identitaria, il rapporto con se stessi, ma deve anche essere riferita al rapporto con gli altri, in quanto   presuppone il primato dell’altro come principio gerarchico ed esprime l’esistenza come premura e servizio verso gli altri. La ristrutturazione del rapporto con gli altri alla luce della virtù della sobrietà viene a significare l’impegno di vivere il proprio Io come un "Io ospitale" e coerentemente "solidale". La sobrietà va inoltre coniugata con l’uso dei beni materiali. Come è stato osservato: “Bisogna passare da una civiltà del sempre di più ad una civiltà del può bastare, forse è già troppo”. Nella prospettiva della sobrietà non si tratta "di dare di più" ma di "prendere di meno", in altri termini, di far valere nelle nostre scelte il principio di sostenibilità, ossia di ragionare in modo tale da rispettare i diritti dell’ambiente e i diritti delle generazioni future. La sostenibilità del nuovo modello di sviluppo deve essere inseparabilmente legata sia all’ambiente che alla giustizia sociale. Per il futuro bisognerà sempre di più includere in tutte le stime economiche relative alle attività umane anche i loro costi ambientali, l‘impatto sugli ecosistemi.  E’ sempre più chiaro che ci sono dei limiti all‘espansione umana sul pianeta terra. L’etica del limite e la cultura della sobrietà sono scelte obbligate per costruire fin da oggi una società sostenibile. La sobrietà implica non solo l'etica del limite, della misura, dell’equilibrio, ma anche la cultura dell'armonia, della bellezza e della qualità. Per questo, è giunto il momento di parlare di una estetica della sobrietà (il gusto, la forma), e di una eleganza della semplicità.

 

Derive da evitare

 

Bisogna però evitare due derive: a) la casistica della sobrietà, che riduce questo stile di vita ad una gabbia, ad una lista di precetti, ad un ricettario, e finisce per ingessare la sobrietà; b) la concezione pauperistica della sobrietà che ne propone una visione ‘sacrificale’; al contrario occorre sottolineare che la sobrietà rende "felici".  Infatti, non qualsiasi povertà si concilia con la sobrietà, come insegna San Francesco. Il passaggio dalla società dello spreco a quella sostenibile non significa solo produrre di meno, ma anche produrre diversamente: meno prodotti superflui, quindi, più prodotti fondamentali; meno consumi privati, più consumi pubblici; meno energia da combustibili fossili, più energia da risorse rinnovabili; meno prodotti usa e getta, più prodotti duraturi; meno spreco, più recupero e qualità della vita.

A tal fine occorre prendere coscienza che non bastano solo i gruppi di pressione e i movimenti di base per orientare diversamente gli indirizzi economici delle istituzioni internazionali, ma è invece indispensabile un’opzione fondamentale ben più profonda, che chiama in causa la vita stessa di ogni persona.

Armando Savignano

 

2021  UCIPEM NAZIONALE   globbers joomla templates