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Sugli svaghi adolescenziali

 

 

 Autore: Giuseppe Cesa

Negli ultimi anni si è sentito molto parlare di videogiochi, dell’uso di internet e delle chat a volte come realtà negative e diseducative, altre volte come cosa neutrale se non positiva. Alcuni poi sono molto critici verso alcuni giochi che incitano alla violenza e in alcuni casi addirittura al suicidio. Anche verso l’uso di internet alcuni sono particolarmente critici, soprattutto confrontando le relazioni “virtuali” con quelle “vere” e concrete del passato.

“Non ci sono più i giovani di una volta” sembra sentir riecheggiare nell’aria. Lo dicevano già gli antichi egizi riguardo ai giovani di allora, 3000 anni fa.

 Personalmente non ho mai considerato negativamente i videogiochi, gli altri giochi e i cartoni animati attualmente in circolazione, nemmeno quelli che enfatizzano aspetti aggressivi più o meno espliciti. Come ho già sostenuto, da sempre la gamma completa delle emozioni, con tutta l’estensione della loro intensità, costella racconti, favole, fiabe, narrativa, letteratura, cinematografia oltre che la realtà. Pensiamo ad esempio alle opere omeriche come l’Iliade o l’Odissea, tanto per stare sul classico, per non parlare poi delle gesta dei Paladini di Francia o dei Cavalieri della Tavola Rotonda. Pertanto, il fatto che soggetti in fase di crescita, e non solo, si trovino a confrontarsi con queste dimensioni mi sembra cosa del tutto banale, naturale ed indispensabile.

Certamente, tuttavia, ritengo non solo importante ma fondamentale il modo con cui gli adulti di riferimento modulano l’esposizione dell’individuo in crescita a tali dimensioni, mentre considero negativa, invece, la situazione in cui il videogioco, il cartone ecc. diventa una baby-sitter comoda ed economica cui affidare o, ad essere più precisi, abbandonare il bambino. Tanto per intenderci la figura dell’Orco non è meno spaventosa e cruenta di tante figure oggi in voga, ma allora era raccontata da un adulto di riferimento presente che modulava la narrazione. Idem per le cruente gesta di Achille ed Ettore, narrate da un cantastorie ad un gruppo di astanti riuniti.

Il problema, quindi, non è il videogioco o il film in sé, ma la mediazione e l’accompagnamento che l’adulto riesce a realizzare. A tal proposito ricordo il caso, in realtà più di uno, in cui un adulto arrabbiato col figlio che spesso si attardava con la playstation, gliela tolse: “perché non sapeva gestirsi e lui era stufo di stare a discutere ogni volta” disse. La mia risposta fu che era ovvio il fatto che il figlio non sapesse gestirsi e non lo avrebbe imparato sicuramente togliendogli il gioco, ma accettando l’ impegno di continuare a discutere, confrontarsi e porre dei limiti. Continuare a discutere ogni volta era più faticoso, ma era la strada giusta.

Detto questo, se il videogioco non ha invaso o precluso nel bambino la possibilità di sperimentare anche altre attività ludiche basilari, in particolare quelle manipolatorie e motorie in genere, può sicuramente favorire lo sviluppo di capacità, che genericamente definiamo “digitali”, in cui noi adulti siamo spesso un po’ in difficoltà. Basti pensare a quanti adulti nel periodo del lockdown e dello smart-working sono ricorsi alle competenze dei figli per iniziarsi, appunto, al lavoro a distanza o alle videoconferenze.Un altro aspetto da considerare, infine, riguarda la dimensione relazionale. Come avviene per ogni altro gioco, è naturale che si alternino momenti di sviluppo di abilità (che avvengono generalmente nel gioco solitario) a momenti di confronto e convivialità (che avvengono generalmente nel giocare sociale e nelle sfide), per cui questi giochi possono addirittura diventare veicolo di interazione con altri.

Concludendo quindi considero i videogiochi semplicemente come un ulteriore campo di esperienza, anche divertente ed arricchente, che però non deve precludere precedenti e/o concomitanti esperienze ludiche, relazionali e tantomeno gli impegni scolastici. Penso che sia compito degli adulti di riferimento accompagnare, e non abbandonare, i bambini in tale percorso di crescita e conoscenza.

Giuseppe Cesa

psicologo - psicoterapeuta

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