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La solitudine:
    

mancanza o risorsa?

 

Autrice: Elena Santini

 

 

Non sempre la solitudine genera dolore. Il modo con cui la si vive si snoda lungo un continuum che va dall'incapacità alla capacità di essere solo


Durante i mesi di isolamento causa Covid abbiamo sperimentato tutti, chi più chi meno, la solitudine, o meglio, alcune delle diverse forme di solitudine, perché la solitudine non è una condizione unica e non è neanche sempre e solo negativa. La solitudine che pure sembra una caratteristica del nostro tempo (anche prima di quella forzata dalla pandemia) può essere infatti anche un mezzo attraverso il quale comprendere meglio se stessi, raccogliere i pensieri e fare nuovi progetti.

 

 

La solitudine sembra essere una condizione del nostro tempo e della nostra società. Dal secolo scorso, si è affermata nella letteratura, come nel cinema, nel teatro e anche nella pittura, la figura dell'uomo solo, chiuso nella prigione psichica dei propri desideri e delle proprie paure e incapace di comunicare con l'esterno. Nell'ultimo dopoguerra, l'avvento della società di massa non ha modificato questa condizione: ha solo trasformato una solitudine consumata nel silenzio e nella desolazione in una solitudine rumorosa e ingombra di presenze. Secondo David Riesman, sociologo americano autore di un libro dall'eloquente titolo La folla solitaria, nella società di massa abbiamo molti vicini ma pochi amici. Nelle vie del centro cittadino, come al bar, in discoteca o nelle grandi aree commerciali, non c'è relazione tra di noi se non la prossimità fisica, fatta di incontri transitori e privi di autentico significato. Oggi, grazie ad Internet, siamo in tanti anche quando ci isoliamo all'interno delle nostre case a “smanettare” sui social networks. “Ho tantissimi amici - mi dice un ragazzo sempre solo – ma sono lontani e non possiamo frequentarci”. I rapporti virtuali sono un rimedio accessibile alla solitudine poiché permettono contatti facili e senza impegno e, da questo punto di vista, costituiscono un prezioso strumento di conoscenza e di scambio. Ma non possono soppiantare i rapporti faccia a faccia. Come si fa a diventare amici senza vedersi, toccarsi, ascoltare il suono delle nostre voci e scorgere sul volto dell'altro l'impressione suscitata dai nostri gesti e dalle nostre parole? La relazione è qualcosa di diverso dalla connessione: richiede riconoscimento, comprensione emotiva e la possibilità di essere insieme nel qui e ora. Il contrario della solitudine non è la promiscuità, così come l'isolamento non ne è l'equivalente. La solitudine non riguarda soltanto chi vive in condizioni di emarginazione sociale, come possono essere ad esempio le persone anziane segregate in casa dagli acciacchi o chi, stanco di delusioni, si rinchiude nel guscio del suo Io e cade nel buco nero della depressione. Non riguarda neppure i single, a meno che l'assenza o la perdita di una relazione importante non assorba tutte le loro risorse e non blocchi la disponibilità ad avvicinarsi agli altri. Ci sono persone socialmente ben inserite che tuttavia soffrono di solitudine. Si può essere soli sul lavoro, dove spesso la comunicazione tra colleghi è di routine e i rapporti sono irrilevanti e senza affetto. E si è soli anche in famiglia, se la relazione con il partner è conflittuale o logorata dall'abitudine e se i figli, ormai adulti, se ne sono andati lasciando il “nido vuoto” oppure, avendo a loro volta messo su famiglia, chiedono aiuti di vario tipo e restituiscono solo una presenza distratta. È il caso di Lucia, nonna sessantenne, che trascorre il suo tempo libero con i nipotini, per accudirli e intrattenerli mentre i genitori sono impegnati altrove. Abituata a dare e a conformarsi a un dover essere severo ed esigente, Lucia si chiede sconsolata: “Chi ascolta i miei desideri?”. La solitudine è uno stato d’insufficienza qualitativa, non esclusivamente quantitativa. Prima ancora che nella realtà, si situa nel nostro vissuto: è la sensazione d'essere tagliati fuori dal mondo degli altri e di non aver nessuno cui affidarsi e che ci comprenda. È un vuoto di relazioni significative. Nell'uomo la relazione è un bisogno fondamentale. Il neonato viene al mondo indifeso e per sopravvivere ha bisogno di qualcuno che lo accudisca e provveda alle sue esigenze elementari. Ben presto questo bisogno si arricchisce di valenze psichiche - diventa bisogno di appartenenza e di rispondenza emotiva – e assume forza e priorità diverse ai diversi livelli di sviluppo. Nell'adolescente è soprattutto bisogno di libertà dalle intrusioni genitoriali e d’inclusione in un gruppo di pari, dove confrontarsi e trovare spunti per costruire la propria identità in divenire. A qualsiasi età, se il bisogno di relazione non trova risposta, si soffre di solitudine. Ma non sempre la solitudine genera dolore. Il modo con cui la si vive si snoda lungo un continuum che va dall'incapacità alla capacità di essere solo. A un estremo la solitudine è intollerabile e destabilizzante; è un attacco all’integrità personale - essere ignorati equivale a non essere nessuno - e si accompagna a uno stato di squilibrio e di tensione che può trovare sollievo nell'alcool, nella droga e nelle abbuffate di cibo, oppure, nei casi meno gravi, può condurre alla scelta di rapporti vuoti e insoddisfacenti, che tuttavia vengono mantenuti in base all'assunto “meglio un cattivo rapporto che nessun rapporto”. All'estremo opposto la solitudine non interferisce con il senso di sicurezza e di continuità personale e può perfino diventare, come nella “beata solitudine” celebrata dai mistici e dagli eremiti, fonte di piacere. Il movimento tra i due stati non segue una progressione lineare: in genere si oscilla tra l'uno e l’altro, dislocandosi di preferenza nella posizione che la storia passata ha assegnato. Infatti “La solitudine dell'adulto - scrive Olga Chiaia, Psicologa Psicoterapeuta (Uscire dalla solitudine) - è quella rimasta di lui bambino. Ne soffre se nell'infanzia ne ha sofferto”. Per Donald Winnicott, noto psicoanalista dell'età infantile, la capacità di essere soli ha le sue radici nella qualità del primo rapporto madre-bambino. Un bambino che nella prima infanzia non ha avuto accanto a sé una persona empatica, pronta a cogliere i suoi bisogni e a offrirgli un ambiente stabile, libero da paura e da caos, sperimenta il terrore dell'abbandono, che lascerà dentro di lui una traccia orientativa per le relazioni future. Non avendo sviluppato fiducia in se stesso, nella propria amabilità e nella possibilità di essere oggetto d'amore per gli altri, tenderà a dipendere da adulto dall’interessamento e dall’accettazione degli altri, fino al punto d'assumere, per non essere trascurato o respinto, atteggiamenti gregari e compiacenti, conformi alle aspettative altrui ma estranei al suo vero sé, ai suoi impulsi e alle sue espressioni spontanee. Al contrario, il bambino che ha potuto sperimentare una figura materna sollecita e discreta, accogliente e prevedibile, la interiorizza come oggetto buono: essa entra cioè a far parte del suo mondo interno e vi permane come scorta e riserva di sicurezza cui ricorrere nei momenti depressivi. L'interiorizzazione di questa presenza supportante e protettiva è alla base della capacità di essere soli che, sempre secondo Winnicott, è un'importante tappa evolutiva poiché segna lo spostamento affettivo dalla dipendenza alla indipendenza. Il bambino riesce a separarsi dalla madre perché sa che lei, anche se lontana, c'è sempre e più tardi, quando non ci sarà più, continuerà a vivere nella sua mente. Winnicott chiama questa consapevolezza “stato di assenza gradevole” e di “solitudine felice”, ben illustrato dall'immagine del bambino piccolo lasciato solo nel suo lettino, che resta quieto e sereno e, per tenersi compagnia, gioca con le sue fantasie e con gli stimoli che l'ambiente circostante gli offre. È a partire da questa prima esperienza di autonomia che si possono sviluppare un sé sano e creativo e future relazioni improntate a fiducia e reciprocità e libere dall'ansia e dalla paura dell'abbandono. “Io – scrive un ragazzo liceale in un bellissimo tema sulla solitudine giovanile - non mi sento mai solo anche quando sono solo perché so che di là dalla porta chiusa nella mia camera ci sono gli amici che mi aspettano”.

 

Elena Santini

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