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La Persona al Centro Consultorio Familiare ODV di Biella

informa i Consultori UCIPEM del cambiamento avvenuto in Direzione.

 

 

La dott.ssa Raffaella Moioli ha cessato il suo incarico di Direttrice del Consultorio a far tempo dal 30 aprile scorso. A lei un grazie sincero per il lavoro svolto con precisione, impegno e sacrificio in oltre 15 anni di Direzione; si è presa cura dell’équipe dei consulenti e dei professionisti che operano a servizio degli utenti e dell’organizzazione e gestione dei numerosi progetti con scuole ed enti privati che hanno coinvolto alunni, genitori e insegnanti.

A partire dal 1° maggio il dott. Gian Luca Greggio è il nuovo Direttore del Consultorio. Conosce già la nostra Associazione avendola frequentata dal 1998 e avendo diretto il Consultorio dal 2001 al 2005.

Durante l’Assemblea Soci del 15 giugno ha illustrato i dati del 2020 e ha condiviso i suoi progetti pensati per dare continuità al Consultorio e nello stesso tempo per introdurre novità secondo quanto la sua professionalità ed esperienza gli suggeriscono. A lui l’augurio di un fruttuoso cammino e un ringraziamento particolare per la sua relazione sull’identità dei consultori di ispirazione cristiana che riteniamo opportuno condividere con i Consultori UCIPEM.

 

 

 

                                    LA PERSONA AL CENTRO CONSULTORIO FAMILIARE ODV

                                                                Vanni Gibello

 

 

Intervento di Gian Luca Greggio all’assemblea

 

dell’associazione del 15 giugno 2021.

 

 

La pandemia, nel suo tragico impatto sull’umanità, impone oggi  una riflessione di senso e una chiamata al cambiamento. Riflessione di senso perché, come da più parti denunciato la pandemia non è la crisi: è il sintomo di una crisi già in atto da decenni e che potremmo sintetizzare come la rottura di un’armonia da un lato tra l’uomo e il mondo della natura (la catastrofe ecologica rimane alle porte);  dall’altro tra l’uomo e la sua stessa natura, la perdita della sua “misura”, dei suoi limiti. Questo quadro di un’umanità che soffre al pari del suo stesso luogo della vita richiede un compito di cura che qualunque servizio alla persona oggi ha il dovere di perseguire.

Ma non si può aver cura degli altri se prima non abbiamo cura di noi stessi; e questa regola è una spinta alla messa in gioco, al sentirsi per primi parte del problema, diceva Carl Rogers; è, in altri termini,  la richiesta di una disponibilità al cambiamento a partire da se stessi. Don Sergio l’aveva tradotta in una modalità concreta di porsi: “prima di aprire la porta del consultorio e accogliere la persona che ti chiede aiuto poniti due domande “Chi sono e dove sono”. Domande essenziali, ontologiche direbbe Martin Buber, di una portata enorme per la vertigine a cui ci espongono

L’impegno che mi  assumo come neodirettore è quindi quello di stimolare in questi primi mesi di mandato me stesso e l’équipe su queste due domande “Chi è il consultorio?” e  “Dove si trova oggi?”.

In questa sede in particolare vorrei provare a indicare alcuni caratteri  dell’identità del consultorio che ritengo nevralgici, in quanto possono darci la misura dello “scostamento” dall’identità originaria e quindi permetterci di rispondere con più precisione a “Dove è il consultorio oggi”; aprendoci così ad una scelta consapevole di rinnovamento, tra la coerenza con le origini e i cambiamenti che i nuovi contesti ci impongono.

Tre sono gli aspetti identitari che vi propongo in questa sede

il primo è costituito dalla  vocazione alla famiglia; lo sguardo del consultorio è originariamente rivolto alla famiglia. Certo, potremmo e forse dovremo dibattere su cosa intendiamo per famiglia, date le numerose interpretazioni controverse che oggi troviamo su questo termine. Ma ritengo di poter per ora fare una considerazione più generale. Lo sguardo sulla famiglia è oggi più che mai necessario. Perché? “La famiglia è sotto attacco, scriveva Romano Guardini negli anni ’50. Perché la famiglia è il luogo che “resiste all’assorbimento dell’individuo. E, si sa, l’individuo isolato è più vulnerabile, più docile. Smontare la famiglia è abbattere un nucleo di resistenza ai condizionamenti”. Bene, io vorrei dare una definizione meno “combattiva” di nucleo di resistenza: la famiglia è il primo luogo che concretizza la nostra matrice originaria, ontologica ci dicono i filosofi, cioè impressa nella nostra carne, nel nostro DNA (e le neuroscienze ce l’hanno confermato): la matrice originaria dell’ essere con: ogni essere umano prima di essere un Io è un Noi; nasciamo come Noi, nessuno di noi nasce né muore solo! Perché Io sono i miei legami, le mie appartenenze, e la famiglia è in genere il primo nucleo di appartenenza. Certo, mi potrete dire, ma i legami possono non essere coltivati, possono ammalarsi, possono degenerarsi, possono affievolirsi, possono diventare un inferno (diceva Sartre)….può in sostanza mancare la Cura nella famiglia. Ecco è proprio questo il nostro compito, quello di aver cura dei legami, facilitare il loro sviluppo ma anche la loro cura quando si ammalano. E oggi, penso che possiate condividere, ce n’è bisogno più che mai, e le condizioni in cui la pandemia ci ha costretti hanno svelato ogni bubbone di debolezza o malattia di questi legami. Per cui è un imperativo quello di promuovere una cultura della cura nella famiglia!

Il secondo aspetto nevralgico è costituito dalla definizione di questo sguardo. Fin dalle sue origini, e ancora di più con l’adesione all’UCIPEM il nostro consultorio è un consultorio di ispirazione cristiana. In una società come la nostra, fortemente secolarizzata, ma anche e sempre più multietnica e caratterizzata da pluralità religiosa,  definire l’ispirazione cristiana è far capire i possibili punti di contatto e di dialogo tra le diversità fra di noi e fuori di noi.  Ed allora permettetemi di esprimere qualche considerazione personale sulla definizione di ispirazione cristiana. Intanto parlare di ispirazione vuol dire riferirsi a un certo modo di essere al mondo, un modo che ci richiama la dimensione spirituale o artistica della vita. Pensare che un consultorio sia ispirato è immaginare che le persone che ci lavorano si muovano non esclusivamente per modelli precostituiti  e procedurali (tanto cari alla nostra società digitalizzata, scientista e burocratizzata), ma si muovano innanzitutto aprendosi di volta in volta all’unicità del momento, della persona che ci sta davanti, riconoscendo, proprio con l’atto dell’ispirazione, la presenza di un Altro da me, che mi spinge a “Trascendermi”, ad andare oltre me, oltre al mio individualismo ed egocentrismo. Nelson Mandela diceva “ci sono momenti bui in cui abbiamo bisogno di ispirazione, della parola, dell’esperienza, dell’opera di qualcun altro; senza questa ispirazione non riusciremo a esprimere il meglio di noi stessi, e non riusciremo a migliorarci”. Vedete, possiamo differenziarci nel dare un nome a questo “qualcun altro”, nel riconoscerlo o meno con la A maiuscola; ma il punto di partenza imprescindibile è riconoscere che nessuno di noi è bastevole a se stesso, che tutti noi abbiamo bisogno reciprocamente gli uni degli altri, e che la soluzione, la risposta che cerchiamo non solo trascende la nostra individualità, ma trascende le  reciproche individualità per essere frutto della relazione, dell’incontro, di un dialogo che costruisce Bene. Capite quindi che già il termine ispirazione è un invito al riconoscimento del nostro limite, della nostra bisognosità e incompletezza, e contemporaneamente un monito ad aprirci all’incontro con un’alterità portatrice di un bene, e pertanto degna non solo di fiducia ma anche rispetto… fiducia e rispetto…..E poi il secondo termine “cristiana”; qui le mie considerazioni debbono essere ancora più caute e prese in tutta la loro soggettività, dato il peso di questa connotazione. Certamente l’ispirazione cristiana, legata alla promozione e alla cura della famiglia, si fonda, condivide e promuove  con altre visioni del mondo valori fondamentali quali l’amore e il rispetto reciproco, la fratellanza,  la solidarietà, la tolleranza, la pace, la libertà, l’uguaglianza, il rispetto per il creato, la giustizia, l’autenticità , la responsabilità, l’accoglienza e la valorizzazione di tutti, il perdono, la generosità e la gratitudine. Ma oggi più che mai l’ispirazione cristiana ci deve ricordare, come già sopra sostenuto, che ogni essere umano non ha solo una grandiosità: è anche fragile, debole, limitato e quindi fallace; che la vita si caratterizza anche per la sofferenza e per i fallimenti dell’uomo. Se come consulenti riconosciamo questo sguardo ecco che l’ispirazione cristiana può suscitare in noi quel sentimento proprio di Cristo di fronte all’umanità: la compassione. La compassione che riconosce la condizione di sofferenza come condizione potenzialmente propria di qualunque essere umano e quindi “che mi riguarda”! Ma la compassione che, secondo un felice monito del Dalai Lama,  apre anche  a un  impegno responsabile per cercare di alleviare tale sofferenza, apre in sostanza alla cura. La cura cristiana, lungi dall’essere molle buonismo, è sempre, utilizzando la fortunata definizione di M. Heidegger, “aver cura”, cioè un atteggiamento di cura che rispetta la libertà e la responsabilità della persona sofferente facilitando la sua stessa capacità di azione. A questo riguardo la teologa e psicoanalista Hanna Wolff faceva notare che Cristo si rivolge sempre ai sofferenti con una domanda “Vuoi tu….?”. Questa volontà della persona nel disagio si manifesta nel suo coraggio di guardare la propria realtà, di diventare consapevole e cosciente delle proprie fragilità, nel coraggio di dare fiducia e affidarsi, nell’attuare scelte di cambiamento necessarie e nell’esercizio attivo per renderle concrete. In quale direzione? Vado subito ad una risposta forte: in una direzione etica. Cristo ci invita a trovare già in questa esistenza, caratterizzata dalla sofferenza, il Regno di Dio, cioè la pace, la gioia, la felicità, l’amore insieme agli altri. Quindi  facilitare la ricerca della felicità, del bene per la persona, in psicologia umanistica diciamo la sua autorealizzazione, non può essere visto in termini individualistici, ma la vita, è sempre un Essere con gli altri e per gli altri  diceva Paul Ricoer. Il modo in cui ogni persona che si rivolge al consultorio interpreterà tale vocazione originaria sarà sempre una scoperta, unica e irripetibile della particolare nota soggettiva che ognuno di noi  ha in sé (ecco perché ci va ispirazione perché né noi né la persona che ci sta davanti abbiamo già la soluzione precostituita!); ma in quest’epoca “liquida”, dove il relativismo assoluto ha annichilito ogni riferimento valoriale, è importante andare controcorrente per ribadire che una direzione generale dell’esistere c’è, c’è questo compito ontologico che appartiene a tutti gli esseri umani e che ci rende davvero fratelli; e un operatore della cura, senza imporla, deve averla presente per sé e per la persona che gli sta davanti. Questi sono per me i tratti che connotano l’ispirazione cristiana nello svolgimento del nostro lavoro di cura.

Il terzo aspetto nevralgico è costituito dal tipo di azione o dai tipi di azioni attraverso cui si esplica la vocazione del consultorio, azioni che sono espressione delle potenzialità e dei limiti stessi del servizio. In tal senso non posso che ricordare che i consultori sono nati innanzitutto come servizio di prevenzione, oltre che servizio di consultazione nel disagio. Ed allora la vocazione alla promozione, alla formazione, alla divulgazione, all’educazione, deve rappresentare un cantiere di impegno attivo e possibilmente da ampliare in questo frangente così bisognoso di cultura della cura. D’altra parte la vocazione alla consultazione pluridisciplinare non può e non deve essere offuscata dai pur rilevanti bisogni psicologici che attanagliano tante persone e tante famiglie. La ricerca di strategie e metodologie che valorizzino l’intervento multidisciplinare sulla famiglia anche in situazioni di disagio deve pertanto rimanere un secondo cantiere aperto, mantenendo una particolare sensibilità a tutti quei nuclei familiari, oggi particolarmente numerosi, che, anche per limitatezze economiche, non trovano risposte  altrove. Ed infine non possiamo tuttavia rimanere ciechi alla richiesta di un sostegno psicologico relazionale che perduri nel tempo; già da diversi anni molti consultori sono di fatto divenuti centri di psicologia clinica in quanto sono tante le persone che non possono permettersi una psicoterapia privata, e i centri di salute mentale del servizio sanitario nazionale da tempo denunciano il loro limite nel poter assolvere a tutta la domanda, oggi ancora più forte data la sofferenza prodotta dalla pandemia. Il terzo e ultimo cantiere in cui ci dobbiamo impegnare  è quindi proprio quello di cercare una risposta a questo “vulnus” di supporto psicologico che viviamo da tempo nel nostro territorio, e a cui il consultorio, per competenze e sensibilità, ha sempre cercato di dare una accoglienza

Dati questi tre aspetti identitari, sarà possibile nelle prossime settimane porsi la domanda del “dove siamo”, cioè del dove è il consultorio oggi, quali sono gli scostamenti o comunque le criticità, e quali sono i motivi di tali eventuali nodi problematici. A tal fine abbiamo già degli appuntamenti nelle nostre agende.

Quello che qui voglio augurarmi e augurarci, in conclusione di questo intervento, è che l’esplorazione  del “dove siamo” possa essere un invito a fare ancora più nostra questa impresa, avvertire dentro ognuno di noi quanto ci sentiamo appassionare nel richiamo a credere e a promuovere il valore della famiglia nella nostra società, e a impegnarci per prendercene cura in questo frangente storico così difficile; quanto ci sentiamo appassionare all’idea di trasmettere, più che con le parole, con il nostro atteggiamento e le nostre modalità di agire i  valori e una visione dell’uomo e della vita, un modo di concepire la cura propria dell’insegnamento di Cristo; quanto ci sentiamo appassionare all’idea di offrire formazione e consulenza, ma anche eventualmente di rispondere alla grande richiesta di cura psicologica nella comunità territoriale biellese.

Questa è la prospettiva che vi propongo per l’anno che si apre di fronte a noi, il 54 esimo di questa lunga vita del consultorio.

Dr. Gian Luca Greggio

            direttore

                                                                                              LA PERSONA AL CENTRO CONSULTORIO FAMILIARE ODV 

                                                                                                                                            Biella

                                                                                                                                                             

 

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