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Responsabilità - Genitorialità e famiglia

 

 

Autore: Luigi Filippo Colombo

 

È tempo di responsabilità. Non c’è espressione più condivisibile, specie dopo la lezione che ci hanno lasciato le ondate, forse non esaurite, di pandemia. Anzi, è sempre il tempo della responsabilità. Chi oserebbe negarlo? Nemmeno un sostenitore dello sballo si metterebbe controcorrente a contestare una simile affermazione. Parrebbe perfino ovvia, al limite del superfluo, valevole soprattutto per gli altri, quando le cose non vanno.

 

 

Sul punto, il consenso non trova ostacoli tanto che la responsabilità è data per scontata, il suo richiamo pleonastico, così da non stare a pensarci ogni momento e lasciarci introdurre nel fascino della nuova estate, quella delle aperture e riaperture, che attende la stura della libertà per lungo tempo compressa, con tanta voglia di dimenticare, di scaricarsi di dosso la coperta pesante dei lutti, delle infermità, delle limitazioni, delle nuove povertà provocate dal famigerato Virus e dai suoi derivati. Non è forse bastato il COVID a fondare un monito condiviso di responsabilità, con tanto di normazione dedicata? Non bastano, a ricordarci che è sempre tempo di responsabilità, quegli eventi avversi di risonanza mediatica di cui tutte le volte si grida all’inaccettabilità e ci si straccia le vesti per la fuoriuscita dal controllo dell’onniscienza umana? Quante volte ci si sente promettere: “Non accadrà mai più! Non sarà più accettata una cosa simile!

I responsabili devono pagare”. E si apre la caccia al responsabile, sia pure esso un capro espiatorio? Dire che siamo sempre e tutti responsabili, specie nella contingenza delle zone rosse, arancioni, o gialle (tanto per riferirsi a un contesto attuale e pregnante), sortisce facilmente il consenso generale, ma rischia di genericizzare la responsabilità, riducendone la valenza a luogo comune, dove tutti siamo d’accordo. Ci basta che questa sia delegata ad altri, cioè a una funzione, a una figura istituzionale a cui è naturalmente connessa, protetta nel suo involucro normativo. Dire invece che il tempo della responsabilità è oggi, perché l’oggi stabilisce un inizio, significa guardarsi intorno, prenderne coscienza e implicare direttamente se stessi nel tempo della Storia e nel senso della vita.

Allora il richiamo alla responsabilità sempre, cioè oggi, in quel che sto facendo, vale anche per me, che faccio parte dei tutti. E qui siamo un po' meno d’accordo, a seconda della concezione della vita e della persona, specie quando le zone colorate di cui sopra sbiadiscono fino al bianco, per di più “vaccinato”, ed il maggior senso di sicurezza percepito ci fa sentire più padroni di noi stessi, superiori e indenni rispetto ai problemi altrui, meno propensi alla categoria della possibilità, per nulla a quella dell’imprevisto. Del resto, come può realizzarsi una responsabilità sociale se non c’è, nel concreto, hic et nunc, una responsabilità personale? Ma a chi rispondo?

Nell’oggi, dove nessuno e nessuna norma può sostituire la nostra personale responsabilità, c’è il futuro ed il futuro, che sembra non interessare alla politica dei politicanti, non appartiene a noi, ma ai nostri figli, cioè alla generazione e alle generazioni che proseguiranno. C’è dunque un bene più grande a cui è diretta la nostra responsabilità, un bene comune che passa attraverso il bene dei nostri figli, i primi a cui siamo chiamati a rispondere. Il mio prossimo inizia da loro. Se voglio il loro bene, voglio il bene di tutti, mi interessano quelli che vivono intorno a loro, gli altri, la società. In tal senso, la responsabilità è generativa, perché il mio io non è egocentrico, ma in azione, in relazione, riconosce l’altro come altro da sé, vive del tu, educa l’altro, a cominciare dai figli, non solo perché do loro da mangiare e da vestire, ma perché li introduco alla realtà nella sua totalità, non per il mio progetto, ma per il loro destino, vale a dire per disegno buono di Dio su di loro e su ciascuno di noi. Qui, la responsabilità non è un concetto legale e astratto, relegato all’involucro normativo, ma un imperativo morale e sociale che origina da un sussulto del cuore e si volge al bene comune. Si può dunque dire che la responsabilità si forma nella generazione, genera ed è generata ed il luogo della sua formazione è imprescindibilmente la famiglia, dove nasce e si sviluppa la genitorialità. Se non si preserva e non si favorisce questo luogo, è tanto accademico quanto irrilevante parlare di genitorialità, né vale lamentarsi dell’assenza di responsabilità, del disagio sociale, del disimpegno civico, dell’inverno demografico, ecc., ecc.

La nostra Costituzione ha ben riconosciuto questa funzione naturale, la genitorialità, come un bene da rispettare normativamente a salvaguardia dei rapporti e della coesione sociale. Esordisce infatti, all’art.30: “È dovere e diritto dei genitori mantenere, istruire ed educare i figli”. Siamo abituati a sentir parlare di diritti e di doveri e qui, invece, leggiamo di dovere e diritto, termini che nella loro coesistenza evidenziano la primarietà di una responsabilità genitoriale, come risultato concreto di una potestà che si esplica in un servizio, in una dedizione che merita rispetto.

Invero, l’evoluzione del diritto di famiglia ci ha pian piano sganciati da un concetto di potestà come potere del capofamiglia (allora il padre), la cd patria potestà, per passare, con la riforma del 1975, a quello di potestà genitoriale (padre e madre congiuntamente) e, dal 2014, a quello di responsabilità genitoriale. Oggi potremmo ritenere soddisfatto l’intento della Carta costituzionale a cui la legislazione degli ultimi 15 anni ha tentato di dare voce, introducendo la responsabilità genitoriale come criterio di sviluppo condiviso delle relazioni genitori-figli e di uguaglianza o meglio di parità delle due figure genitoriali. Il Codice Civile ha infatti così recepito il concetto della responsabilità genitoriale tenendola collegata a diritti e doveri del figlio (Titolo 9°, Capo I del Libro primo): diritto di essere mantenuto, educato, istruito dai genitori (pena la loro decadenza da tale responsabilità); dovere di contribuire al mantenimento della famiglia finché con essa conviva. All’esercizio della responsabilità genitoriale (Capo II), invece, il Codice fa riferimento per regolamentare i rapporti familiari quando la famiglia si divide, al fine di salvaguardare la pari genitorialità, come responsabilità di entrambi i genitori, dalla conflittualità e dalla separazione tra loro. La coesistenza dei diritti e dei doveri implica una responsabilità che non necessita di una posizione potestativa di padre e madre, ma di un alveo domestico in cui crescere e maturare.

Peccato che, stanti le inevitabili difficoltà della vita e delle relazioni umane, sempre meno solidali e chiuse nella difensiva, la legge abbia minato l’unità e la stabilità familiare, relativizzandola e non sostenendola con adeguate misure di carattere educativo, economico e fiscale. Un rafforzamento, invece, dell’istituto familiare costituzionalmente riconosciuto e garantito non potrebbe che favorire il luogo, la dimora della generatività, dell’apertura alla vita non preconfezionata, cioè la genitorialità, che per natura sua sviluppa una responsabilità che non deriva principalmente dai dettami di una norma o dalle statuizioni di un giudice (spesso, purtroppo, ce n’è bisogno), ma dalla concretezza semplice e dignitosa della vita, seppur imperfetta (e vivaddio!), fatta di quotidianità, affettività e carnalità, alle prese con l’inevitabile e necessario rischio educativo di ogni autentico genitore perché il figlio possa diventare adulto, cioè se stesso. Ogni responsabilità umana, in qualsiasi ambito e circostanza, infatti, non può che iniziare da qui.

Luigi Filippo Colombo

 

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