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Quando l’amore fa male. I maltrattamenti nella vita di coppia

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Quando l’amore fa male.

I maltrattamenti nella vita di coppia

 Autrice: Martina Sartori

La pandemia causata dal Covid-19 ha portato alla luce diverse criticità, ma ha anche ampliato problematiche già esistenti. Se per molti di noi la convivenza forzata ha consolidato i legami con i nostri cari, per altri essa ha rappresentato un vero e proprio incubo. Mi riferisco a tutti coloro che quotidianamente subiscono maltrattamenti da parte del proprio partner.

Con il termine maltrattamento si fa riferimento a tutte quelle forme di agiti, fisici e psico-emozionali, che producono un danno nella persona che li subisce. Se il maltrattamento fisico produce dei danni evidenti, come i lividi, il maltrattamento psico-emozionale non è visibile ad occhio nudo, in quanto fa riferimento ad esposizioni ripetute nel tempo a situazioni in cui l’impatto emotivo supera di gran lunga la capacità di integrazione psicologica. Fanno parte del maltrattamento psico-emozionale ad esempio le minacce, le umiliazioni e le denigrazioni verbali.

Molto spesso le storie di maltrattamento iniziano come storie d’amore intense, nelle quali l’altro viene idealizzato e visto come un completamento di sé. Le fragilità vengono compensate dal proprio partner. Senza di lui ci si sente persi, incompleti o addirittura vuoti. Niente ha un senso e solo l’altro può capirci realmente. Insieme ci si percepisce trasparenti, senza confini, senza spazi personali; non c’è bisogno di parlarsi perché ci si capisce da un semplice sguardo. I litigi vengono generalmente amplificati e le riconciliazioni vengono percepite come travolgenti.

Come mai accade tutto ciò? Quali sono, ad esempio, le caratteristiche di personalità che possono fungere da fattori di predisposizione a questi tipi di relazioni?  Come mai è così difficile uscirne? Si può fare qualcosa per prevenire tutto ciò?

 

Aspetti predisponenti della vittima e del maltrattante

 

Tra gli aspetti predisponenti che possono facilitare l’instaurarsi di dinamiche relazionali con caratteristiche simili a quelle sopra citate possiamo individuare i seguenti:

  1. Bassa autostima personale: espressioni tipiche possono essere “io non valgo niente”, “ho bisogno che qualcuno mi apprezzi e mi voglia bene”.
  2. L’aver vissuto esperienze di maltrattamento nella propria famiglia d’origine può portare a sviluppare maggior tolleranza della violenza o del maltrattamento, in quanto può portare la vittima a considerarla “normale”. Questa condizione può riguardare tanto la vittima quanto il maltrattante.
  3. Aspetti culturali che giustificano la sudditanza della donna e la possibile prepotenza verso di essa: “chi porta i pantaloni in casa?”
  4. Aspetti sociali legati ad uno status più debole e fragile sul piano economico, culturale o delle opportunità (donne immigrate, donne con un passato difficile, donne disoccupate)
  5. Relazioni asimmetriche: tutte le volte che c’è un evidente squilibrio di potere, valore, risorse, ecc.
  6. Relazioni tipiche: narcisista lui/ dipendente lei; relazioni in cui il maltrattante è anche fragile e quindi produce nella donna il bisogno di accudire e curare il partner; relazioni in cui la vittima è guidata da sensi di inadeguatezza o da un bisogno di espiazione o di attirare su di sé l’attenzione di altre figure protettive (ad esempio la propria famiglia d’origine). Relazioni in cui il maltrattante ha un profilo antisociale o psicopatico e la partner in qualche misura partecipa a tale deviazione da una condotta adeguata (coppie che fanno uso di sostanze o comportamenti devianti, coppie in cui uno usa il comportamento deviante dell’altro come uno scudo o una giustificazione per il proprio).

Fattori che alimentano la dinamica del maltrattamento

 

Tra i fattori che alimentano la dinamica del maltrattamento possiamo individuare:

  1. La presenza di uno stile comunicativo e relazionale in cui si sovrappongono aspetti protettivi con elementi di controllo e di aggressività che produce nella vittima una sensazione di confusione e disorientamento. Ad esempio, offrire regali che sono condizionati a comportamenti richiesti in modo a tal volta subdolo, oppure il passare molto rapidamente da toni affettivi e dolci a toni aggressivi e prepotenti. O ancora, introdurre rappresentazioni della realtà che possono costituire di per sé delle velate minacce, ad esempio dire “non potrei mai vivere senza di te”, “la mia vita non avrebbe senso senza di te”.
  2. Iniziale minimizzazione degli eventi quale meccanismo di difesa rispetto al trauma e alla “dissonanza cognitiva” che si crea nella vittima: la vittima di fronte ai primi episodi di maltrattamento, per difendere la propria immagine ferita e svalutata e per negare il fallimento di una relazione, tende a sminuire l’evento e ad attribuirne la responsabilità a fattori esterni (come ad esempio abuso di alcol, eventuali errori commessi dalla vittima, questioni episodiche ed accidentali).
  3. Sensi di colpa e di inadeguatezza che il maltrattante induce e alimenta nella vittima. Questa a sua volta tende ad introiettarli, soprattutto se coerenti con l’immagine fragile che la vittima porta di se stessa o che è stata elaborata durante il suo sviluppo.
  4. L’instaurarsi di un vero e proprio ciclo del maltrattamento: la sequenza abbastanza ripetitiva che si presenta è costituita da fasi di prepotenza e maltrattamento, fasi di richiesta di perdono e sentimenti di rammarico ed eventuali dimostrazioni d’amore compensatorie. In questa dinamica la vittima è su una sorta di “montagne russe”, in quanto passa continuamente da stati di avvilimento e impotenza a stati di potenza e super-valorizzazione.
  5. Stati di vergogna nella vittima per quanto subito. La vergogna costituisce il correlato emotivo più tipico di qualsiasi atto di aggressione. Si ipotizza che tale reazione abbia profonde e automatiche ragioni evolutive nel nostro bagaglio di animali sociali: essere schiacciato dall’avversario corrisponde all’essere posto in fondo alla gerarchia sociale del gruppo.
  6. Stato mentale di “impotenza appresa”. La vittima apprende dopo successivi episodi di umiliazione che non le sono date possibilità di reazione efficace. Si convince, quindi, di essere incapace di modificare il comportamento del prepotente e la situazione in cui è immersa, vivendo uno stato di passività e di rassegnazione. I comportamenti maltrattanti sono spesso imprevedibili e legati a fattori che la vittima non può facilmente riconoscere, ciò accresce la percezione di non influenzabilità e di non poter far nulla per evitare tale situazione. La vittima non è, così, in grado di immaginare una possibile alternativa.
  7. Presenza di minacce attive del maltrattante reiterate e più o meno esplicite.

 

Fattori che rendono difficile l’uscita dalla dinamica del maltrattamento

 

Ci sono anche, purtroppo, diversi fattori che impediscono alla vittima di maltrattamento di porre fine alla relazione e i principali riguardano:

  1. La paura delle conseguenza della rottura. Molto spesso le vittime tendono ad accettare questo clima di violenza anche perché temono che una loro “ribellione” o denuncia potrebbe portare conseguenze peggiori, ad esempio potrebbe portare ad una escalation aggressiva drammatica, all’essere vittima di stalking, al perdere una certa tranquillità per i propri figli, all’andare incontro a problematiche economiche e di sussistenza.
  2. L’isolamento della vittima: il maltrattante spesso agisce per rompere le relazioni sociali che circondano la famiglia e in particolare la vittima. Per questo spesso quest’ultima si ritrova sganciata da una rete di amicizie e anche di relazioni parentali la qualcosa accentua la sua fragilità e il suo senso di inferiorità.
  3. Cattivi rapporti con la famiglia di origine: nella storia delle vittime spesso si incontrano esperienze problematiche con le famiglie d’origine. Questa condizione può accrescere il loro senso di colpa e questo le porta a “vedere” la condizione in cui vivono come una sorta di “giusta punizione”.
  4. Scarsa conoscenza dei Servizi e delle opportunità di tutela: talvolta le vittime hanno aspettative negative rispetto ai servizi, considerati come colpevolizzanti, lenti e distanti. Anche le forze dell’ordine o la macchina della giustizia può essere percepita come poco solerte ed efficace. Questi vissuti tendono a rallentare il processo di denuncia e di richiesta d’aiuto.
  5. Scarsa autonomia lavorativa ed economica. “Cosa farò? Come riuscirò a vivere? Come potrò occuparmi dei figli?” Queste sono solo alcune delle domande angoscianti e concrete che le vittime si pongono. Se lo stato personale è fragile sul piano lavorativo, abitativo ed economico, le vittime difficilmente saranno portate a porre fine alla relazione.
  6. Presenza di figli, in particolar modo piccoli, rispetto ai quali il maltrattante può presentare aspetti non disfunzionali. Talvolta le vittime tendono a “sacrificare” la propria integrità e il proprio benessere psicologico sopportando i maltrattamenti, quando ritengono che la figura del maltrattante possa in qualche misura essere positiva per i figli o per la famiglia nel suo complesso. Frequentemente, infatti, la presa di coscienza che la situazione è intollerabile coincide proprio con la percezione che anche i figli stanno soffrendo dei comportamenti del genitore maltrattante, vuoi perché assistono o vuoi perché vi subiscono.
  7. Presenza di un investimento affettivo e amoroso particolarmente intenso e connotato da un senso di esaltazione, esclusività, rinascita e salvazione dei singoli partner della coppia
  8. Difficoltà a riconoscere il fallimento e la fine di una relazione. Tra le fatiche che le vittime di maltrattamento devono affrontare vi è anche quella di fare i conti con un bilancio fallimentare della propria esperienza affettiva, accettando quindi i vissuti di smarrimento, frustrazione, inadeguatezza che tutto ciò comporta.

Alla luce di quanto è emerso è importante, oltre che a ribadire l’importanza degli aspetti giuridici e di intervento tempestivo a carico dei servizi predisposti, promuovere degli interventi di educazione affettiva negli adolescenti, per rendere loro maggiormente consapevoli sia delle dinamiche di base che possono favorire tali tipologie di relazioni sia degli esempi di stereotipi che ancora oggi sono fortemente presenti.

Martina Sartori

Psicologa

 

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